Saturday, 12 November 2011

Walking Man

Qualche settimana fa Miko mi ha chiesto di scrivere un messaggio circa la mia esperienza di espatriato, o forse profugo.
Vi consiglio di dare un'occhiata al suo blog, dove troverete non solo altri messaggi di questa serie, ma un punto di vista sensato su mille cose.

Walking Man

Salutandomi dalla banchina, tra treni anonimi in partenza o in arrivo, pendolari di corsa e turisti, forse mia madre nel suo cuore era convinta che sarei tornato presto a casa, e che quella uscita di testa, nei ricordi futuri, avrebbe avuto le tinte fosche del dolore o quelle vivaci d'una buffa pazzia, a seconda di un esito tragico o ridicolo, ma comunque immediato, di quell'avventura.


Partire sottintende, in un viaggiatore accorto, la consapevolezza che si potrà contare solo, o comunque soprattutto, sulle proprie forze, e di certo questo mi era ben chiaro.

Avrei potuto capire solo in un secondo momento quanto aspetti molteplici dell'imprevedibile siano ingigantiti dalla cura che vi diamo, e dalla convinzione di poterli gestire più o meno bene, ma in quei giorni mettevo in conto, e temevo, un esito disastroso della mia partenza.

Un malanno, l'impatto con il freddo del nord, il carico eccessivo di stress del lavoro, tutti elementi che già in un uomo normale non sono banali, assumevano per me, date le condizioni fisiche precarie, l'aspetto di altrettante incognite che andavo ad aggiungere a quelle, notevoli, del male di vivere.

Ma cosa mi spingeva a partire?

Questo traeva in parte dall'insofferenza per la situazione politica italiana, l'istante esatto in cui decisi di mandare domande di lavoro all'estero coincise con il recupero portentoso di Berlusconi alle elezioni del 2006, e in parte dal fatto che non un'offerta di lavoro allettante ero riuscito a trovare in Italia.

La mia laurea in fisica veniva, per aziende grandi o piccole, sempre dopo la malattia, e tra le proposte, non una esulava dal numero di quelle destinate agli aventi diritto in virtù della legge numero blablabla.

Scrivendo questa nota, ho avuto la tentazione di strutturarla nella forma di riassunto di esperienze, in tanti anni si vive un numero tale di vicende tale per cui è impossibile non trovarne di significative, o come libello della situazione di degrado dell'Italia, considero la maggior parte dei ragionamenti politici aberranti, e angosciante il livello di assuefazione o sfiducia della popolazione e della società vicile, ma infine ho deciso di sintetizzare in poche parole astratte il senso di quello che ho vissuto.

Si perde moltissimo: la comodità, e quella di certe convinzioni soprattutto, e cresce a dismisura la consapevolezza dello scorrere implacabile del tempo.

Chi si incontra, lo si conosce da adulti, e tra adulti: non esistono ricordi comuni, ché uno viene da Berlino, un altro da Shangai, e chi è di Milano presto finisce a Stanford.

Ci si riduce ad essere apolidi dell'esistenza, osservatori inerziali in un mondo tenuto assieme da forza apparenti.

Si perde, chi si incontra, ci si riduce ...

Ho usato forme verbali che lasciando intendere una proprietà generale, e sicuramente ho sbagliato.

Questo è ciò che è stato per me.

Ho squarciato il sipario alla fine della rappresentazione.
Ho visto attraverso gli occhi dell'attore, e percepito la differenza tra personaggio ed interprete, tra maschera e pelle.

Ciò che ho perso, l'ho barattato nell'istante stesso in cui mi scivolava tra le dita, e ho finito per trovare, credo, la dimensione a me più naturale, ovvero quella di una solitudine meditata e non imposta, di contrasti, riflessione, libertà.

2 comments:

  1. Bel post Gio: mai la solitudine deve essere imposta! E' libertà solo saper stare soli.
    Dolcissimo come sempre! :-)
    un bacio

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  2. Sei sempre troppo cara Sara :-)

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