Thursday, 10 November 2011

Un ambizioso

Sono un ambizioso.

Lo devo, credo, alla noia, al progressivo estendersi della solitudine dalle ore della notte e delle insonnie, alla maggior parte delle giornate.

Da ragazzo non era così.

Avevo Silvia cui pensare, e poi i cani, un piccolo giardino, ove chinarsi a osservare muschi e fragoline selvatiche crescere lungo i bordi umidi di pozze e gradini sprofondati nell'ombra della terra, e nidi invisibili nel verde denso della magnoglia del cipresso, e uccelli cui lasciare d'inverno i peli spazzolati delle bestie, perchè ne facessero uso per i loro giacigli.

Oggi voglio solo andare da Harvard alla Columbia University, da Monaco a Londra, trovare un editore che voglia pubblicare queste parole, che pure condivido soprattutto per illudermi della stima altrui, e scrivere pagine su pagine, riportando in vita il passato, costruendo racconti, piccoli romanzi, vane poesie, libelli politici irriverenti ... vivere, insomma, di rendita.

Non fraintendere questo punto.

La rendita, mi pare ovvio in verità, non sottointende una quiete paonazza e cianotica da avvinazzato, un'indolenza fiacca e indisponente, ma equivale invece alla libertà di non dovermi fermare in un luogo.

E constatare che, passato il tempo necessario per ambientarsi, quello durante il quale la mente organizza, pianifica, e le mani s'occupano di prendere creta grezza e farne forma, nulla segue.

Mi viene in mente un episodio che, sicuramente, tutti quelli che vissero con me non ricordano.

Molti anni fa, ci accompagnava molto probabilmente uno dei miei cani, con mio fratello e dei suoi amici, ai tempi adolescenti, ci ritrovammo a seguire un sentiero, nel paesino di montagna dove tante estati passai da bimbo e giovane.

Conoscevamo bene quella mulettiera stretta, accidentata, un serpente dalla buccia ruvida e viscida: per anni, da bimbi, eravamo stati soliti seguirla fino a una radura nella quale passavamo interi pomeriggi a giocare o arrampicarci sugli alberi.

Non so cosa c'avesse spinto di nuovo li, forse proprio il progetto di fare una passeggiata con Danka o Amelia, e una volta arrivati all'immenso albero, credo un pioppo o un platano, per la prima volta, decidemmo di proseguire, andando oltre quel punto di distanza massima da casa concessa a noi bambini.

Per un po' continuammo a seguire il sentiero, e un ben misero rigagnolo d'acqua fango, e infine, dopo esser scesi parecchio, decidemmo di risalire, ma non tornando indietro, ma piuttosto muovendoci in direzione ortogonale, a scollinare, addentrandoci nel bosco.

Data la conoscenza del luogo, maturata in tanti anni di villeggiatura, sapevo per sicuro che non potevamo perderci, e che presto ci saremmo ritrovati in un punto conosciuto, eppure io godevo intimamente di quell'apparente incertezza: immersi nel bosco, senza alcun punto di riferimento, era facile ingannarsi, ed era sufficiente perdere memoria del contorno, della passeggiata, per trovare stupore, paura, smarrimento.

Con un minimo di immaginazione, i sensi tante volte responsabili dello svanire di sogni e illusioni, restituivano una realtà di suggestioni, le stesse che vivresti tu sei ti ritrovassi, all'improvviso, in quel luogo.

Continua ...

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