Sunday, 2 October 2011

Un sabato sera, seconda parte



Dopo quattro ore circa di ininterrotte risate, ho preso congedo dai miei amici adducendo una preoccupazione autentica, quella dell'ora già tarda, e tacendo di un lieve mal di testa, un vago senso di giramento che la bella serata mi avrebbe lasciato in dote per tutta la notte a venire.

Molto gentilmente, i miei ospiti mi hanno accompagnato fino alla fermata dell'autobus, e li ho lasciati che, abbracciati teneramente, mi facevano cenni di saluto dal marciapiede.

Solo, migravo di nuovo nelle mie abitudini: l'osservazione, la noia, la riflessione circa il concetto di solitudine.

Come non sentirsi soli dopo una serata così piacevole?

Avevo urgente bisogno dei miei spettri, e così sono sceso dall'autobus in un punto qualsiasi del centro e da li ho iniziato una lunga camminata notturna.

Salivo la scalinata che dal parco accompagna fin su alla cattedrale, e iniziavano a prendere forma i miei pensieri, a farsi pesanti fagotti di parole.

Uno?

Posso davvero definirmi un singolo individuo?

Solo io, e questo ragionamento vale per moltissimi, sono a conoscenza delle differenze, delle contraddizioni che coesistono in me, e del prezzo formidabile che la libertà mi costa.

Il giullare che sono in compagnia di perfetti estranei non ha un nome diverso dal sognatore di bellezza e genio, ed è lo stesso del conversatore accorto, o dell'irato senza forze che mal sopporta la stupidità altrui.

La stupidità altrui ...

Il sabato notte questa città si riempe di esuberanti, ragazze in abiti discinti, e body guard all'entrata dei locali più alla moda.

Non si vedono nella bolgia, ma ci sono anche mendicanti e disperati, e li trovi sotto un arcata, piegati dal male, o accoccolati, stretti a vecchie coperte mangiucchiate forse non solo dal tempo, accanto a cabine telefoniche ormai dismesse.

Una ragazza forse zingara, ancora giovane ma con il viso scarno dell'indigenza, non credo prosciugato dalle droghe, aveva degli occhi troppo profondi e penetranti per essere in preda ad allucinazioni o astinenze, mi ha mormorato qualcosa quando le sono passato davanti.

Quando capita che faccia delle elemosine, accade abbastanza spesso, non metto mai mano al portafogli in prossimità del bisognoso.

E' una precauzione che forse tu trovi sciocca, ma non dimenticare che io devo fare i conti con una debolezza autentica, e che devo evitare ogni situazione di violenza.

Di solito dunque faccio qualche passo, mi interrogo su mille cose, prendo qualche moneta dal borsellino, e quindi torno indietro.

Mentre così facevo, pensavo dunque ancora una volta tra me e me alle sofferenze degli ultimi della terra.

Io le conosco, anche se non sono mai stato in condizioni di bisogno nel senso stretto del termine.

Ma della fame, della paura e del dolore, ho avuto esperienze numerose, e forse è proprio per questo che non riesco ad essere insensibile di fronte a chi tende la mano a invocare aiuto, ancora meno a chi non ha più questa forza, o ne ha vergogna.

Stavo per invertire la direzione del mio cammino, e tornare vicino alla donna, quando un tizio, uno dei tanti idioti che si divertono a prendersi gioco di altri per il solo e semplice fatto che sono diversi fisicamente, mi si è avvicinato e ha gridato, come a volermi spaventare.

Mi sono sorpreso io stesso di non aver fatto una piega a tale insolenza, di solito i rumori mi fanno sussultare, e quello, quasi spaventato, forse per avermi visto da vicino o solo sorpreso dalla mia reazione, ha riparato in un batter d'occhio in uno dei bar della via.

A quel punto ho capito che era ora di rincasare.

Domenica avrei conosciuto un'altra dimensione di dolore autentico, crudo, e sarei tornato a fare pace con il mondo.

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