Sunday, 2 October 2011

Un sabato sera, prima parte

Per un appuntamento fissato alle 19 dall'altra parte della città, partire verso le sei del pomeriggio dovrebbe essere sufficiente, soprattutto dal momento che conosco bene la zona, e gli autobus che vi portano diretti, senza necessità di scambi.

Ogni mattina dopotutto prendo il 27, il 28 o il 29 per andare al lavoro, e dentro invidio quel collega, un ragazzo che conosco da anni avendoci lavorato assieme nel continente, che, google maps non può mentire, abita a 200 metri dalla fermata dove io scendo dopo venti, venticinque minuti di traffico.

Ho fatto una corsa per prendere al volo il 27, non avevo voglia di aspettare, stava iniziando a piovere e mi ero dimenticato a casa l'ombrello, ed ero anche affamato abbastanza dal voler raggiungere presto i miei ospiti.

Assorto com'ero nei miei pensieri, stavo consultando una cartina, ammetto di non aver prestato l'attenzione del caso ad alcuni fatti di cui pure avevo coscienza per così dire periferica: l'autobus era semideserto, e alle fermate quelli che salivano, dopo una breve discussione con l'autista, se ne tornavano sul marciapiede invece che prendere posto in vettura.

Arrivato all'altezza della stazione centrale abbiamo preso a sinistra, ed era allora ormai ovvio che le cose, anzi l'autobus, non stava andando nella direzione giusta.

Mi sono precipitato dall'autista in cerca di illusioni (è solo una deviazione, oh scusa ho sbagliato, niente paura devo solo fare il pieno) ma il simpatico ometto mi ha gettato nello sconforto.
L'autobus sul quale ero non era più il 27: durante il tragitto s'era verificata un'evoluzione spontanea, e si era trasformato nell'ignoto 27/bis, destinazione sconosciuta!

Sono sceso dunque, e visto che non avevo un'idea certa di dove diavolo fossi, iniziava a farsi buio, la pioggia non accennava a diminuire, mi sono messo alla ricerca di un taxi.

Ne avrò visti almeno una decina, ne avrò chiamati almeno una decina intendo, ma erano tutti pieni di gente scommetto in anticipo e con ombrelli ultimo modello a disposizione.

Alla fine, rincorrendone uno che stava scaricando dei turisti davanti ad un hotel, sono riuscito a beffare un destino che evidentemente voleva mandare a monte la mia cena.

Mentre stanco e un po' infreddolito salivo in auto, mi rammaricavo di non avere il numero di telefono del mio collega, al quale avrei volentieri comunicato che sarei forse arrivato con 5 minuti di ritardo, ma mi consolavo pensando alle risate che avremmo condiviso quando avrei raccontato loro la mia piccola avventura.

'Mi porti al 45 di Mayford road'.

Giunti a destinazione, l'autista mi ha salutato gentilmente e quindi si è fermato ad una decina di metri dalla elegante villetta a schiera dove ero molto contento di essere arrivato quasi in orario.

Ho suonato al campanello, e non mi ha sorpreso di trovarvi indicato un cognome che non era quello che mi aspettavo: nel mondo accademico è un continuo via vai, e certi appuntamenti sono di durata talmente modesta che non vale neppure la pena di star li a cambiare etichette et similia.

E' stato quando ad aprirmi è arrivata Miss Marple che ho sussultato.

Mi sono dimenticato di dirvi che l'invito era si da parte di un collega, ma che la cena sarebbe stata per tre: io, lui e la sua fidanzata, una ragazza che pure conoscevo già, e che però da alcuni anni non vedevo.

Alcuni anni perDiana, sicuramente non abbastanza da giustificare un simile cambiamento!

Ma non divaghiamo, e torniamo al 45 di Mayford Road, che, lo posso dire con cognizione di causa, è il luogo ideale dove smarrirsi.

La flemma di Miss Marple, lo devo riconoscere, è stata leggendaria.

Di fronte si ritrovava una sorta di zombie avvolto nelle tenebre, quasi fradicio e con una torta al limone in mano, il dessert di ringraziamento per l'invito, capace solo di un 'I suppose you are not my colleague Mark', e lei con ammirevole gentilezza invece di prendermi a ombrellate, mi ha chiesto chi stessi cercando.

Se c'è una cosa che ho imparato dalla vita, ed è forse l'unica cosa che ho imparato dalla vita, è che di Miss Marple bisogna sempre fidarsi ciecamente, e che comunque entro la fine del libro scopre sempre la verità, che è dunque bene non nasconderle.

A costo di fare una figura da deficiente, ma potevo evitarla in qualche modo?, ho vuotato il sacco.

La cara nonnina mi ha allora consigliato di provare al 45 di Mayford Park, una viuzza adiacente a casa sua, rincuorandomi con un 'people often make this mistake'.

Ringraziandola di cuore le ho dato il mio buonasera migliore, le avrei lasciato la torta al limone se non avessi temuto per la sua glicemia, e mentre tra me e me pensavo alle grasse sghignazzate che ci saremmo fatti entro un paio di minuti, a cena, sono partito in direzione Mayford Park, passando con chiara soddisfazione a lato del tassinaro, che secondo me, convinto di avere a che fare con un deficiente capace di perdersi in un bicchier d'acqua, si era fermato ad aspettarmi ...

Vi posso assicurare che il labirinto di Cnosso è poca cosa rispetto a quel dedalo che è Mayford Park al buio e con la pioggia ...

Comunque il Mayford Park è bello: me lo sono visto tutto nella mezz'oretta circa che ho impiegato per arrivare al 45.

Insomma, alla fine ci siamo sbellicati dalle risate per tutta la serata.

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