Tuesday, 25 October 2011

Ostaggi

Stanotte ho conosciuto la bellezza nella sua forma piu' dolce, malinconica e senza speranza.

Assieme ad alcuni colleghi, altri stranieri e qualche soldato ferito, siamo ospiti, contro la nostra volonta', del Rais.

La guerra civile, i bombardamenti della NATO, hanno ormai eroso il suo potere, e dunque come ultima, vigliacca, mossa per resistere, il tiranno ha deciso di circondarsi di ostaggi.

Noi, scienziati a una conferenza internazionale, siamo stati rapiti, e ho motivo di credere che una sorte analoga sia capitata agli altri accanto a me, che pure non conosco, e che parlano lingue incomprensibili.

Io e un mio collega, un professore vicino alla pensione, saggio e rassegnato, attendiamo la morte in silenzio.

Non c'e' nessuna speranza, non ne lasciano intravedere neppure l'ombra le raffiche di mitra che tagliano l'aria, le esplosioni che fanno tremare le pareti.

I nostri carcerieri, ubriachi o fanatici, ci tengono sotto il tiro delle armi, e moriranno, presto, con noi.

Una donna, non giovane ma molto elegante, la immagino di almeno 45 anni, se ne sta in disparte.
Ha i tratti sottili delle orientali, e una compostezza autentica, che non l'abbandona neppure in questi ultimi istanti di paura e certezze terribili.

Alla porta si affaccia un ufficiale: indica me e la donna, ci fa cenno di seguirlo.

Un'ultima occhiata al mio collega, un addio senza parole, non piu' necessarie, e abbandono quella stanza.

Siamo portati al cospetto del Rais, che non ha perso nulla della sua arroganza, ma questa non e' piu' sostenuta dalla consapevolezza di poter disporre a piacimento di un intero popolo, e di una ricchezza tanto sterminata da far di lui, un barbaro, partner fondamentale e riverito di capi di stato e grandi industriali.
E' una droga, o la follia, a fissarne l'espressione depravata.
E' mummificato in quello che sara' per sempre il suo ghigno, anche da morto.

Un soldato trascina la donna, per la quale sento un'attrazione fortissima che so ricambiata, in mezzo a un gruppetto di bambini, disposti a cerchio.

Dovranno ballare in onore del Rais, che dal suo trono, circondato da baiadere e ruffiani, vuole soddisfare un ultimo capriccio.

Tutto vibra: i pavimenti, le pareti, e sono i colpi di cannone e di mortaio a smuovere fin nelle fondamenta quel palazzo che presto sara' polvere.

La donna, e' meravigliosa, di una bellezza costruita piu' che ricevuta in sorte, sorride ai bimbi.
Non vuole spaventarli: li vuole convincere che la distruzione e' parte della coreografia.

Inizia a cantare, ballando in mezzo a loro, una filastrocca:

'Giro giro tondo,
Casca il mondo,
casca la terra ...
tutti giu' per terra!'.

Un brivido di terrore mi traversa le viscere, e mi ricordo che una leggenda racconta che questa canzoncina, all'apparenza lieta, innocente, trae dagli anni terribili della peste nera, quando quella piaga violenta e micidiale dilago' per l'Europa, trascinando tutti giu' terra, ovvero uccidendo, e facendo quasi pensare alla fine del mondo.

E' saggia l'idea della donna.

La nostra fine e' ormai prossima.

Prima dell'ultimo verso, mi guarda.

Nei suoi occhi c'e' una tristezza velata di malinconia, per la brutalita' della morte che ci attende tutti, e per l'amore che non ci e' concesso di vivere, e tuttavia che ha, in quell'ultimo istante delle nostre vite, un irripetibile perfezione.

Un istante, il sibilo della bomba che precipita, il boato dell'esplosione che corre piu' veloce del fuoco, e quindi solo polvere.

Il mio ultimo pensiero, e gia' la deflagrazione ha dilaniato il mio corpo, e' per quella perfezione di cui abbiamo potuto godere solo perche' ormai spacciati.

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