Sunday, 18 September 2011

Tu, Mara, eri li con me

Nel secondo sogno mi sveglio in una stanza, immensa, e so di essere in un ospedale, anche se non non lo conosco.

Sono stordito, ma in effetti mi capita alle volte di riaprire gli occhi e non rendermi conto di dove sia: con il tempo dunque l'angoscia che le prime volte mi prendeva all'occorrere di questi episodi si è trasformato in attesa, quasi noia, perchè ormai sono abituato al ritorno della lucidità, che in pochi istanti ridefinisce i contorni della mia persona, riproiettandomi dall'ignoto al consueto.

Accanto a me, seduta su un lettino, Alda Merini.

Ancora faccio fatica a tornare al presente, e tuttavia la sua presenza mi consola: ne profitterò per entrare in contatto con un'anima randagia e confusa, ed io, che non la conosco se non superficialmente, avrò la fortuna di una franca conversazione, di uno scambio che per me sarà ricchissimo.

Mi sorprende l'agitazione che la permea: ha con me una poi familiarità che, mentre ancora non so dove io sia, mi fa percepire che da tempo ci sia tra di noi una frequentazione profonda.
Non si rende conto che al momento io sono un estraneo per lei, e allora torna, piena di dolore, a parlarmi della solitudine che la sta uccidendo.

Provo immediatamente un grande affetto per quella donna dal viso rugoso, dalle carni deformate dal gelo e dalla vecchiaia: pur non condividendo la sua paura, per me anzi la solitudine è una condizione necessaria al benessere, cerco di darmi da fare per farla star meglio, e inizio ad accumulare pensieri vaghi ma soavi, che perfino in quella situazione di grande incertezza possano fare da appiglio, o almeno dare una parvenza di solidità a quella macchiolina nell'universo che è l'uomo.

D'un tratto arrivano i miei genitori.

Si sorprendono di vedermi in piedi ed io, che ancora non so dare un nome alla circostanza che mi ha condotto li, chiedo loro, timidamente, qualche informazione.

La presenza della mia famiglia, nel frattempo è arrivata anche Fede, sembra aver rallegrato la poetessa assai più che non le argomentazioni teoriche e forse un po' azzardate che avevo improvvisato per lei.
Ne sono felice.
Ora, in piedi e in silenzio, segue con attenzione ogni gesto, ogni parola di quella piccola comitiva di persone, senza perdere di vista nessuno di noi.
La sento carezzevole e sincera.
Parliamo un poco, e mi sorprende scoprire che non sono nè in Italia nè in Gran Bretagna, ma in una località della Svizzera Italiana.
Aggiunge, mio padre, che sono stato in coma per molto tempo, e che non si aspettavano di ritrovarmi risvegliato.

In coma? Ma come è possibile? Non può essere vero!

A quanto pare sono stato vittima di un tremendo incidente automobilistico (ma ormai non ne ho alcun segno, visto che riesco a camminare, e non provo alcun dolore).

Non riesco a crederci, eppure devo convincermene: anche se ormai da tempo mi sono svegliato, ancora non ricordo nulla.

Non so dove vivo, nè dove lavoro.
Non so che anno sia.

Allora, subito ...

Quanti anni ho? Dove vivo?
E del mio lavoro che ne è stato?

Sono queste le domande che mi angosciano, e che rivolgo, implorando una risposta immediata, ai miei genitori.

Ho quarant'anni.
Vivo a Berna, e ho un ottimo lavoro nell'industria.
Mi era stato offerto un rinnovo di contratto all'università, ma io preferii un'altra occupazione.

Peccato, penso, avrei voluto andare a Boston ...

Torna in me la coscienza, e i ricordi, e gli affetti tornano, a valanga, tutti assieme.

Una tristezza terrificante mi annienta, e mi sento soffocare.

Qualcuno ha detto del mio incidente a Mara?
Tu Fede, le hai parlato?
O è invece da mesi, o forse anni, che non sa più nulla di me, e forse crede che non l'abbia più pensata, che non l'ami più?

Non riesco neppure a pronunciare queste parole, perchè il pianto mi impedisce, mi blocca.

Mi risveglio, e scuoto la testa con forza, prendo il cellulare e vi cerco il tuo ultimo messaggio.

Poi rifletto un attimo, e mi rendo conto che tu, Mara, eri li con me, in quella stanza d'ospedale.
Vi eri prima dell'arrivo degli altri.
Eri una vecchia poetessa inquieta e meravigliosa, che mi conosceva da sempre, e attendeva non le mie parole, ma l'affetto che lega due anime bizzarre che si incontrano nel dolore, e li hanno la loro casa.

Diversa da me, più fragile forse, amabile.

6 comments:

  1. Che meraviglia Gio!
    Che dolcezza infinita e struggente...
    Commuovi!

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  2. Qui solo questo... :)
    Il resto è un'altra storia.

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  3. http://popolosodeserto.blogspot.com/2009/08/poche-parole.html

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  4. C'è quell'h di troppo! :-D
    Bacione!

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  5. Basta ospedali Sara, nemmeno in sogno ;-)

    Un abbraccio

    Gio

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