Friday, 16 September 2011

La storia di Zalmoxis - Terza parte

Torno a raccontare la storia di Zalmoxis.

Premessa.
Prima parte.
Seconda parte.

Clara et antiquis victoriis par ea die laus parta: quippe sunt qui paulo minus quam octoginta milia Britannorum cecidisse tradant, militum quadringentis ferme interfectis nec multo amplius vulneratis. Boudicca vitam veneno finivit.

La gloria di quel giorno fu splendida, all'altezza delle vittorie di un tempo: alcuni storici parlano infatti di poco meno di ottantamila britanni morti, contro circa quattrocento dei nostri caduti e un numero poco superiore di feriti. Boudicca pose fine alla vita con del veleno.
Tante volte sono tornato su questo passo di Tacito, a riflettere, da cittadino romano d'origine barbara, circa il senso di una gloria intrisa del sangue di decine di migliaia di morti, i caduti in quella battaglia furono forse esagerati dalla propaganda, ma non i vinti, i soggiogati, i depredati di un bene forse piu' prezioso della vita stessa, ovvero la liberta', che costituisce le fondamenta del dominio di Roma sul mondo.

In bilico tra due opposti pure adiacenti, per nascita vicino a ogni vinto, per condizione sociale grato ai benefici che mi sono derivati dalla struttura dell'impero, osservo i paradossi, le evidenti contraddizioni delle diverse fazioni in gioco, e come uno filosofo, esterno al fenomeno, ne metto sui piatti di una bilancia virtu' e degenerazioni.

La mia identita' di barbaro mi ha accompagnato per decenni, per quanto abbia vissuto quasi tutta la mia vita dentro i confini dell'impero, e la mia lingua, sebbene contaminata da un accento che solo gli anni hanno ammorbidito, e' sempre stata un latino non peggiore di quello di un plebeo nato e cresciuto nell'Urbe, che nessuno mai liquiderebbe come 'barbaro'.

Ho pensato che nessuno straniero si considera tale finche' la sventura, e' sempre malasorte, non lo mette in contatto con Roma, e che solo una violenza esterna, una forza che pone in comunicazione due mondi che nulla condividono, rende questa natura evidente.

Passeggiando per le vie di Roma, assistendo ai ludi gladiatori, o semplicemente frequentando le ville dei patrizi, ho assistito a spettacoli o manifestazioni di crudelta' che eguagliano o superano quelle di cui, durante i miei numerosi viaggi, ho avuto esperienza, e non dimentico che le torture piu' atroci, i supplizi piu' crudeli, furono inventati in Grecia, promossi da Pericle, e non dai fieri germanici nelle foreste di Teutoburgo.

Ho cosi' capito che quanto piu' l'uomo si eleva nel benessere, e intendo non solo quello materiale, e tanto piu' si ritrova pronto a qualsiasi compromesso con la propria coscienza pur di mantenerlo.

Durante una spedizione militare in Pannonia, mi ritrovai a dover dar la caccia a un tale Inguiomero, un capo tribu' un brigante che diversi problemi aveva causato, con incursioni rapide e frequenti, agli avamposti romani di frontiera di Aquincum, estremo limite orientale del nostro territorio in quella regione turbolenta e instabile.

Dopo settimane di nulla di fatto, di semplice attesa, i miei ordini infatti erano di non oltrepassare l'ultima linea di sicurezza, una delle spie mi recapito' la notizia che Inguiomero era ospite o forse prigioniero di una tribu' semi-nomade stanziata a poche decine di miglia oltre i confine.

Senza indugiare, inviai un esploratore a parlamentare con ile guide di quella tribu', con la liberta' di promettere un'ingente quantita' d'oro in cambio di Inguiomero, ben sapendo che a una minaccia i nomadi avrebbero reagito semplicemente disperdendosi piu' ad oriente.

Di quella ricchezza che a Roma avrebbe potuto dividere fratelli, rinsaldare o spezzare alleanze, indurre in tradimento alti magistrati, quelle genti non sapevano che farsene, e il nostro agente non riusci' in alcun modo nella sua opera di persuasione.

La mia carica di luogotenente, l'oro che offrivo in quantita' non avevano alcun effetto su quei nomadi avvezzi a una frugalita' non di maniera, per i quali la terra ed il cielo, l'alternarsi del giorno e delle notte, e quello piu' lento delle stagioni erano i soli elementi vitali cui soggiacere e cui adattarsi.

Mi sentii giudicato, e non riuscii ad assolvermi, in quell'occasione.

A liberarci di tale temibile avversario non furono dunque piani astuti, subdoli tentativi di corruzione, ma la sua avventatezza ...

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