Monday, 22 August 2011

'Lo vedi quel signore laggiù?'

Il matrimonio di un'amica di famiglia, compaesana, venne festeggiato, con il consueto sfarzo, in un ristorante fuori città, ma un piccolo ricevimento, immediatamente successivo alla cerimonia, si tenne anche nel bel cortile di casa nostra, e nel giardino adiacente, quello dove vissi tanti pomeriggi felici durante gli anni spensierati della mia infanzia.

Fu quella una stagione, l'ultima da me passata in Italia, che vide quel palazzetto ormai quasi deserto popolarsi di belle persone: una volta mio fratello vi organizzò un incontro della sua associazione di volontariato, allestendo in cortile un mercatino di artigianato e servendo in giardino cocomeri, bibite e panini al prosciutto equo-solidali, e nel nostro prato giocava ogni tanto una paziente del mio babbo con gravi problemi psichici con i nostri cani, ed erano benvenuti in terrazza a bere una limonata nei giorni caldi d'estate gli zii, o la cara vicina dell'ultimo piano.

Quel giorno, tuttavia, tra i molti invitati c'era anche un ragazzino insopportabilmente impertinente a fastidioso.

Lo ricordo aggirarsi per il prato, dove godendo di un bel sole primaverile gli ospiti assaggiavano tartine e si rinfrescavano di succhi di frutte o bibite, importunando chiunque gli capitasse a tiro, con un comportamento meschino, infantile e strafottente.

Una prima volta pensò bene di infastidirmi chiedendomi come mai indossassi un cappello, e affermando esplicitamente, non soddisfatto della mia risposta, che fosse per non mostrare le mie calvizie.

Ai tempi avevo ancora una bella chioma, e pensai che avendo soddisfatto, forse deluso, la sua curiosità, mi sarei risparmiato altre noie.

Tornò invece alla carica, e mi chiese conto del mio aspetto cadaverico, della mia magrezza, della mia postura, con un'attitudine davvero maligna e vigliacca, visto che dopotutto essendo in mezzo a tanti parenti suoi s'immaginava di godere di una sorta di immunità.

Mi sentìì ribollire il sangue nelle vene.

Nascondo quanto posso la mia deformità cercnado la decenza nel vestire e nel portamento, mi rendo conto che questa potrebbe urtare la sensibilità altrui, ma del mio male non posso occultare ogni manifestazione.
E il mio essere fragile, storto, smorto, dice in modo palese del mio dolore.

Detesto, o meglio compatisco chi cerca dietro le proprie sofferenze un'ombra di pietà, e ha paura di ogni giudizio superficiale ... ma non sopporto che una nullità si faccia gioco del male.

Non è circoscritto a me questo atteggiamento: la sacralità del dolore è assai più ampia dell'esperienza di un singolo, e la bestemmia di uno non colpisce me, ma offende un Dio, severo e intransigente.

Per un attimo pensai di prenderlo a calci in culo, o di scaraventargli addosso i 50 chili di mastino abruzzese che erano a portata di schiocco di dita.

Rinunciai, e lo liquidai con poche parole impastate, non scandite bene tanta era la rabbia.

Mi pentii di non aver fatto però qualcosa di diverso.

Mio padre, che benchè quel deficiente non lo conoscesse era una personalità per la sposa e tutta la sua famiglia, era li con noi.
E come al solito brillava di luce propria, circondato dalla stima e riconoscenza di fratelli, amici, lontani cugini della ragazza in abito bianco.

'Allora vuoi sapere perchè sono così, vero?'
'Si'.
'Lo vedi quel signore laggiù?'
'Si'.
'Ecco. Vai a chiederlo a lui. Lui lo sa'.

...

3 comments:

  1. Oh Gio, io odio, odio ancora, con tutta me stessa!
    Quella rabbia che impasta la bocca, è solo chetata ma non superata...
    Quel bambino spietato, bé ora odio anche lui... Perché, non importa fosse un bambino, anche quella è cattiveria. Ti dirò di più, è la più pura e schietta e sincera cattiveria che si possa incontrare...
    (ho una foto nella stessa esatta posizione, siamo solo paesaggi battuti dal tempo.)

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  2. Non era un bambino, era già grandicello abbastanza da capire ;-)

    A presto!

    Gio

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  3. anche io lo odio
    e se l'avessi sentito
    lo sai l'avrei picchiato
    come ho sempre fatto

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