Friday, 12 August 2011

Il futuro

Se tutto andrà come deve, ovvero se non mi licenzieranno perchè insoddisfatti delle mie capacità, se non creperò come un cane del mio male, se non finirò sotto un double-decker bus al primo attraversamento pedonale, trascorrerò i prossimi 4 anni oltre la Manica, in quella terra, la Britannia, cui approdarono duemila anni fa le legioni di Roma, e che dal loro ritiro nel V secolo dopo Cristo ha subito innumerevoli assedi, e temuto ma non conosciuto conquistatori.

La Spagna dell'Invincibile Armata di Filippo II, e poi la Francia padrona dell'intera Europa continentale piegata dalle armée Napoleoniche e infine la Germania corrazzata della prima metà del XX secolo, le più floride potenze delle rispettive epoche storiche, hanno tutte ceduto alla tenacia e al genio commerciale, politico e militare del Regno Unito, all'orgoglio dei suoi regnanti, ammiragli o primi ministri.

Non è mia intenzione, ovviamente, faro un panegirico di una Nazione che ha cambiato, modellandolo a sua immagine e somiglianza, una parte significativa delll'intero pianeta: lo sterminato impero coloniale di Sua Maestà britannica non ha significato semplicemente nuove rotte commerciali o innumerevoli scoperte geografiche, ma soprattutto la distruzione di culture, lingue, realtà diverse e fragili che non ressero l'incontro con le armi, l'acciaio e le malattie anglosassoni.

La prima ondata di globalizzazione, l'unificazione sotto una stessa lingua e forma mentis di territori tra loro remoti, il Canada, l'Australia, l'India e il Sud Africa, fu promossa dai monarchi e dalle grandi compagnie commerciali inglesi, e perfino in quei paesi in cui oggi democrazie avanzate testimoniano i valori più apprezzati della cultura anglosassone, affiorano ancora in superficie i cadaveri di quanti hanno pagato con l'estinzione il confronto con il pragmatismo di John Locke, David Hume e Stuart Mill.

Ma sto orribilmente divagando, e non voglio parlare di questo.

Parto, già sapendo che, nelle premesse iniziali, non sarà questa che una tappa.
E non mi costa l'addio, chè nulla ho costruito che laceri abbandonare per chi ormai, da tempo, si è spostato su un piano parallelo, dove i rapporti umani non si esprimono in contatti, ma parole, lettere, pensieri.

Non rimpiangerò nessuna delle belle ragazze che ho intravisto, perchè non ne ho conosciuta nessuna, e sono già uguali a quelle cui identicamente non darò che un nome nella mia nuova città.

Non è un fallimento totale, la mia esistenza.

Ho scongiurato un ridicolo, egoistico attaccamento al denaro, tengo in giusto conto la giustizia, e sto lavorando a limitare una sorta di debolezza, l'ipocrisia, che a volte mi porta ad essere troppo mite e paziente.

La solitudine rende le persone soprattutto incomprensibili, e fa incetta di fraintendimenti chi, non abituato agli altri e dagli altri, è per forza relativo.

Un tempo mi spiaceva.

Ora non più.

Pochi punti di contatto, la corrispondenza con te, lettere dense del mio affetto e della mia curiosità, serti di sentimenti puri perchè estemporanei e innocenti di cui cingo la tua anima devoto, e quel fitto continuo dialogare con me stesso, interlocutore per nulla accondiscendente alle mie debolezze, nè facilmente ingannato dalla mia furbizia.

Forse è così solo perchè giunto sul fondo, non posso più sprofondare ... ma questa somiglia davvero all'unica serenità concessa.

6 comments:

  1. Tu pensa a sistemarti bene che poi ci catapultiamo a farti visita... dovrai supllicarci di andare via :-P

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  2. Non credo proprio :D

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  3. Tra le prime ipotesi che hai messo manca qualcosa...

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  4. Essere ucciso da un Baol in trasferta? ;-)

    :D

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  5. Bello, quello che hai scritto, Gio.
    Buona (nuova) avventura.

    Jacqueline
    (come sai, sto dall'altra parte della Manica)

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  6. Cara Jacq, le radici nostre non stanno su un mappamondo, ma in un'altra dimensione, dove mi illudo di non essere cosi lontano da tutti.

    A presto spero.

    Gio

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