Friday, 15 July 2011

Via I partigiani, e poi il fluire della mia coscienza

"Via I partigiani" e' una lunga strada che, tagliando a perpendicolo quella di casa mia, sale tortuosamente fino alla provinciale che porta in montagna.

A partire dagli anni cinquanta il nostro paese si è sviluppato, in un numero di villette immerse in giardini curatissimi e condomini alti a coprire le montagne, anche lungo una diversa direzione, che punta fino al cuore di un altro quartiere, al quale ormai s'è fuso, ma il suo nucleo più antico è quello che segue con i partigiani il corso del fiume, e l'accompagna da che è torrente vivace fino a vederlo inghiottito sotto l'asfalto della strada.

Lungo questa via, alla base la chiesa, e poi a salire le poche botteghe rimasta, il progresso le ha cancellate, scippate, mi viene da dire, quasi tutte, ho vissuto una parte non indifferente della mia infanzia.

Qui sono stato ovvero qui ho determinato me stesso.

Quando il dolore e l'insistenza della veglia mi costringono a stratagemmi per invitare il sonno a tenermi compagnia, alle volte m'immagino protagonista di vicende fantastiche, di avventure dove ora la violenza, ora l'amore sono la mia anima, altre volte torno con la memoria al passato, a fotogrammi conservati perfettamente nella mia mente.

Ricordo un pomeriggio, avrò avuto sette o otto anni, passato a infilare sotto il tergicristalli delle auto in sosta lungo quella via e nelle cassette della posta i volantini, carta sottile e inchiostro verdognolo, degli eventi organizzati dalla parrocchia.

M'animava quel giorno una strana smania di rendere ciò che sentivo m'era stato donato.

Per me dopotutto la chiesa, da bimbo, era soprattutto la polvere del campo da calcio, le caramelle gommose vendute dalla perpetua, e i giochi, il biliardo, il ping pong e il calcetto i miei favoriti, della generosa sala dove ci costringeva il mal tempo, e dove le voci rimbombavano, ed era fragore incessante.

Dei due sacerdoti che hanno accompagnato quei miei anni felici e lontani, ho un ricordo molto caro, e se pure ben presto mi sono allontanato dal cristianesimo in ogni sua sfaccettatura religiosa, non ho mai rinnegato nè dimenticato il mio passato.

Mio padre mi raccontò diverse volte del primo suo incontro con Don Angelo.
In qualche modo, non so se in virtù delle rispettive professioni o per caso, si ritrovarono a parlare un giorno, e a un certo punto "Sa, io non vado molto d'accordo con i preti" disse il mio babbo, senza concedere, come suo solito, nulla all'ipocrisia che cementa le mille cerimonie degli imbecilli.
La risposta del Don fu semplice e perfetta: "Neanch'io".

Ogni tanto capitavano in casa nostra le sue dispense, interpretazioni di passi biblici, ma anche riflessioni di pura umanità, che andavano oltre i comandamenti e le parabole.

Sono convinto che la sua scrittura sia stata la prima che sia riuscito ad apprezzare nel senso di scelta lessicale e sottigliezze sintattiche: leggendo quelle parole imparavo l'effetto che la privazione di un articolo, o la scelta di un aggettivo piuttosto che di un altro avevano sul discorso, e sull'emozione che questo comunicava.

Le parole veicolavano allora un pensiero di cui prendersi cura, come di un seme che si fa albero.

Ero ancora un bambino, già traversato dal male quando Don Angelo abbandonò il nostro paesello per scendere a Milano, dove l'attendeva chi al pari di noi l'avrebbe amato, ma quella distanza l'avrebbero colmata mille circostanze, e soprattutto un misto inconsueto di affetto, stima, riverenza autentica.

Ancora oggi, quando torno in Italia, non manco mai di chiedere al mio babbo 'Come sta il Don?', e se capita di andarlo a trovare, ogni incontro rinnova in me la convinzione che se pure il Dio dei Vangeli non esiste, la sua impronta è evidente in alcuni uomini.

No, Don Angelo non ha nulla della semplicità di un Pietro: a dir il vero mi sono interrogato spesso circa la direzione che avrebbe preso la sua mente eccelsa se invece che il cristianesimo avesse seguito una diversa filosofia, e si fosse applicato a speculazioni differenti.

Il cristianesimo per lui è, a mio modo di vedere, soprattutto una collezione di strumenti, forme, regole con le quali costruire e interrogare l'uomo.

Ha dei limiti, questo è ovvio, un simile approccio, ma non te ne accorgi che quando, nei suoi discorsi, si rivolge al suo creatore, ed è comunque la sua una dimostrazione inequivocabile che quasi tutta l'umanità di cui puoi avere immaginazione può raccogliersi ai piedi della croce.

(rinnovo il mio ateismo, ma questo è quello che io ho visto).

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