Saturday, 16 July 2011

Euridice aveva un cane

Ho già parlato in un'occasione di Michele Mari, autentico virtuoso della lingua italiana, sottile indagatore dell'anima, fedele traduttore dell'emozioni e delle fobie umane.

Oggi, mentre radunavo le mie masserizzie, l'approssimarsi della partenza impone di impacchettare, ordinare, scartare quanto in questi quattri anni s'è impossessato del mio appartamento, mi è capitata sott'occhio la mia copia di 'Euridice aveva un cane'.

Lo tenevo li, nell'intercapedine sottile tra la superficie trasparente e la griglia in ferro battuto del mio tavolo, in mezzo a una vecchia chitarra elettrica perennemente scordata, disegni in bianco e nero, un fiume di fogli d'appunti, cartoline, e origami sbilenchi.

Lessi questo libricino, regalo di un caro amico, in aereo, nell'estate di tre anni fa, durante un viaggio di lavoro.

Ve ne consiglio la lettura, se volete cogliere il senso impietoso dello scorrere inevitabile del tempo, il suo peso impossibile da sostenere.

Nulla, nessuna macchinazione, gioco di prestigio, farmaco, sottrae un solo secondo al monotono, unidirezionale incedere del tempo, e tutto sfugge, perso per sempre.

Nulla!

Se leggerete questo libro, avrete evidenza di uno dei tentativi più ingenui per tenersi almeno una briciola remota di tempo per sè, e patirete la cocente sconfitta dello stratega che vede il mondo in una cartina, e li muove pedine obbedienti ed ordinate, quando invece attorno tutto è polvere e fuoco, e caos.

Chiudere ermeticamente, sigillare con cura, perchè non passi un minimo spiffero d'aria, e tenere al buio, nel gelo, lontano dalle fonti di luce e di calore: è così che facciamo per conservare i cibi, vero?

E allora sappiamo bene che neppure si può tornare a controllare lo stato di una sostanza, chè il solo esporla alla luce, figurarsi poi lo svitare il tappo anche per un istante, inevitabilmente corrompe ciò che vogliamo conservare.

Così funziona: si preserva a patto di non avere.

Inconsciamente in molti sono schiavi di una malintesa interpretazione di questo meccanismo.

...

Euridice non invecchierà se non sarò li io stesso a testimoniarne il logorio delle membra, lo spegnersi lento della sua forza!
Euridice sarà ancora nella sua casa, in un angolo la stufa, sul tavolo la solita tovaglia, e da quella parte, vicino al sofà dov'è seduta, il suo cane, se non sarò tanto folle da violarne il nascondiglio!

Sarò io, varcando la porta, o perfino solo chiedendo ad altri di lei, a indicarne la strada allo sbirro feroce che tiene conto delle stagioni che abbiamo in sorte, e che nulla aspetta che una crepa di cui fare voragine.

Per ciò che si riconduce alla nostra esistenza, al tema della memoria, la tenuta di questa linea sottile che può aprirsi, come squarcio, nella nostra mente, ha un prezzo, forse una causa, orribile, e che pochi riconoscono come qualcosa di diverso da un gretto disinteresse.

E' l'ininterrotta paura, di più, l'angoscia della morte che si paga sottraendo dalla propria esistenza quelle di chi sentiamo dentro di noi, e temiamo s'allontani prima del giungere nostro tempo.

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