Sunday, 26 June 2011

Le stazioni dell'esistenza

Ignorando, anzi, contravvenendo gli ordini di George Bush e Richard Nixon, che nel sogno mi hanno raccomandato di non camminare date le mie precarie condizioni fisiche, oggi, complice un sole splendido, sono tornato nella foresta.

Sceso dal bus, ho preso per il viottolo che, seguendo per qualche decina di metri lo steccato di un maneggio, e poi il recinto del circolo sportivo, si perde infine nella macchia.

Guardavo meditabondo, affamato di immagini, le panchine che, ai lati della strada, e poi del ciottolato e infine del sentiero, s'incontrano avanzando verso il folto del bosco.

E ho pensato alle stazioni della mia esistenza.

Ero un bimbo di nove anni, stuprato dal male, ridotto a un cadaverino.
Sono andato avanti.
Mi sarei potuto fermare quella volta?

Diplomato, gracile e insicuro, già gravato da mali non solo del corpo.
Ad alcune difficoltà iniziali all'università, per lo più dovute al fatto che non vedevo proprio nulla alla lavagna, mio padre offrì una soluzione: 'se vuoi puoi trovare un lavoro al comune'.
Con la mia invalidità in effetti sarei forse riuscito ad ottenere un posto da usciere, telefonista, passacarte.
Sono andato avanti.
Mi sarei potuto fermare quella volta?

Laureato e subito sotto i ferri, con qualche raccomandazione eccellente avrei potuto trovare un impiego decente all'università, o in qualche grossa multinazionale.
Sono andato avanti.
Mi sarei potuto fermare quella volta?

Ad ogni ciclo, cresce la solitudine, e lo dimostrano queste mie parole, testimoni del disinteresse che nutro nei confronti della mia intimità, che è quello che avrei voluto condividere con una persona.
Ma se un tempo lei ha avuto un corpo e un nome, oggi solo la sua assenza ha forma, e occupa ingombrante il vuoto i miei spazi, e queste ore sprecate, spese a rincorrere la bellezza di un fiore reciso che subito appassisce.

Mentre così delineavo il profilo perfetto della mia solitudine, e mi perdevo nel bosco, mi sono ritrovato davanti a una pozza d'acqua.

Mi sono fermato come in estasi di fronte quel piccolo stagno dall'acque fangose, popolato da centinaia di girini e piccoli anfibi.
Sopra, una miriade di sottili libellule dai riflessi azzurri e rossi come scariche elettriche danzavano d'un ritmo ora placido ora vivace, e io tornavo il bambino che avrebbe voluto liberarvi dentro dei bei pesciolini rossi, da tornare a salutare ogni domenica, e che avrebbe desiderato nascondersi su un albero, ed aspettare i cervi, o i piccoli scoiattoli.

Quante cazzate.

Quante CAZZATE.

Finchè avrò in mente le libellule azzurre non combinerò nulla.
Le donne non sanno che farsene delle parole in prosa di un babbeo che si commuove se, quando s'apre l'orizzonte oltre il verde degli alberi, emergono maestose le alpi.
E non trattenere il respiro per sentire il fruscio del vento che carezza le fronde degli alberi, e non pensare a quanto sarebbe bello giocare a nascondino con lei, coglione!

Tu a così devi pensare.

...

I'll burn my books

...

2 comments:

  1. Come se Keats potesse diventare Tonino il macellaio...
    E questo non fa di te un omino di carta, asessuato ed etereo, fa solo di te un uomo fuori dal comune!
    Questo te lo devi mettere in testa! DIAMINE!

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  2. Sai Dautre, mentre ero li a passeggiare pensavo che giunto a questo punto, le soluzioni ovvie (una bella bionda russa al mio fianco, per dirne una) sarebbero davvero approssimative.

    Allegria :-)

    Un abbraccio a te mia cara

    Gio

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