Thursday, 16 June 2011

La teoria della relatività spiegata a un ragazzino

Per anni ho impartito, con discreto successo, lezioni private di fisica e matematica a liceali e universitari.

La mia studentessa più brillante fu sicuramente una bella ragazza assolutamente disinteressata alla materia, ma sveglia, e capace, dopo poche ore di lezione, di districarsi con insospettabile naturalezza tra equazioni, studi di funzione e squilli di telefonini.

Rivedo poi un ragazzo timido, che già non se la cavava male, ma che voleva sicurezza: seguiva con attenzione i miei argomenti, e dove non arrivava la comprensione, secondo me, rimediava con la memoria.

Una ragazza africana infine seguii per un paio d'anni senza voler alcun compenso, chè l'integrazione non si fa solo con quello strano simbolo di 's' allungata, e poi ne ricordo altri vagamente, e cui non riesco più ad associare nulla di particolare.

C'era poi questo ragazzo, di buona famiglia, che si ritrovò a dover imparare i rudimenti della teoria della relatività ristretta al secondo o terzo anno di liceo.
Con lui seguii in parte gli argomenti esposti nel primo capitoletto di un trattato di relatività della Mir (l'autore era Dragunov? boh!).

Cercai dunque di procedere per passi semplici: illustrai l'idea di invariante sotto cambio di coordinate, e allora prendevo un righello, l'accompagnavo fino a fargli accettare che la sua lunghezza fosse indipendente da come lo guardassi, ma non la sua proiezione lungo diversi assi ortogonali, e spiegai che in quella nuova teoria non si misuravano righelli ma segmenti nello spazio tempo, ovvero moti.

Da li, assunta l'ipotesi fondamentale e assurda a scala umana della costanza della velocità della luce in ogni sistema di riferimento, passavo allora alle trasformazioni di Lorentz, e discutevo della dilatazione dei tempi e il restringimento delle distanze.

Ogni tanto gli chiedevo se fosse tutto chiaro, e la sua risposta era costantemente 'si'.
Se l'interrogavo, forse troppo benignamente lo conducevo ogni volta alla risposta esatta, senza metterlo davvero mai alla prova, senza volerlo, dopotutto, umiliare.

Insomma, alla fine non era chiaro un accidente, e fu, il suo, il mio unico fallimento.

Da quel giorno ho capito che è inutile, anzi dannoso spiegare la teoria della relatività a chi non la può capire.

Il fraintendimento peggiore infatti si radica con la stessa presa della ragione nelle nostre menti, ed è fecondo di ... beh, cazzate.

Allora è meglio aspettare, forse per sempre, che quel ragazzino sia pronto.
(e alle volte io sono quel ragazzino, è ovvio).
Non credi anche tu?

(messaggio incomprensibile).

5 comments:

  1. Credo che una mente debba essere pronta ed aperta all'apprendimento altrimenti resta nozionismo sterile e forse nemmeno quello. Credo anche che ciascuno di noi abbia delle peculiarità intellettive che devono essere accompagnate nella loro crescita.
    Come un apprendista, uno scalpellino di materia grezza,poco alla volta, fino a diventare architetto. Ma tutto con i tempi dovuti.

    Joh

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  2. Provo a dirlo.
    Scusami se non ci riesco.
    Io penso che Mozart non capisse niente di musica, perché Lui era (ed é) La Musica.
    La perfezione senza ragione.
    Ognuno di noi possiede una Propria perfezione, per quanto insignificante agli occhi di qualcuno.
    Piantare un chiodo nel marmo non è indizio di intelligenza, ma con il marmo si possono fare cose sublimi.
    Ce l'ho fatta? :-)

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  3. Certamente Joh, e affrettare i tempi è secondo me un errore :-)

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  4. ănĭmadverto, ănĭmadvertis, animadverti, animadversum, ănĭmadvertĕre

    ;-)

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  5. ok, ce lho fatta :-)

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