Saturday, 7 May 2011

Un bel mucchio di deficienti

Stasera sono sceso in città in moto.

Come spesso faccio in questi casi, ho lasciato in ufficio il casco e la giacca e quindi ho proseguito a piedi fino al centro.

Dalla terrazza del nostro dipartimento sentivo scendere un vociare confuso, ma li per li non ho inteso indagare oltre.
Passata una bella serata da solo, camminare sereno, capace di cogliere bellezza sconosciuta, è quanto di meglio possa permettermi ora, sono rientrato in ufficio, per riprendere le mie cose, e quindi tornare a casa in moto.

Ho voluto fare una salto in terrazza: c'era in corso una festicciola, o qualcosa di simile, e nel buio m'è parso di riconoscere alcuni dei miei colleghi.

Il mucchio di deficienti del titolo, ci tengo a sottolinearlo, non sono loro.

Per quanto avrei preferito la terrazza fosse deserta, per potermi godere l'illusione di non essere li da solo fondamentalmente, non è stato poi gran male vedere persone che non sono malvagie godersi una bella serata in compagnia.

Li ho salutati con un cenno (e resta comunque il dubbio: conoscevo quelle persone o no?) e sono tornato sui miei passi, meditando su quel fastidio che provo quando mi trovo in mezzo alle persone, e che diventa quasi dolore se laddove m'auguravo solitudine trovo massa, chiasso, movimento.

E' evidente che oggi per me la solitudine sia un nutrimento: ed è solo il contatto con una persona per me preferibile a questo stato.

Alice ... io li avrei voluto essere con te, e con te solamente!

Avremmo allora parlato delle bellezze viste in città, di quel vago senso di incompiuto e sgomento che riempe le nostre esistenze, e della fatica di doverci affidare all'istinto più che alla ragione quando si tratta di decidere di andare avanti ...

Ho meditato, sulla via per casa, circa le ragioni del mio fastidio nei confronti degli altri.

Non posso nascondermi dietro un'immagine di saggezza e aulicità, chè c'è molta viltà in me.

E allora ammetto che essere in mezzo a molti spesso mi fa sentire ultimo, perchè manco di troppe cose rispetto agli altri, e che quindi, isolandomi, io tenti di nascondere a me stesso quest'amara verità, e che evitando il confronto le donne, a me interessa sempre e solo di loro, non si rendano conto di quanto sia più debole, e complicato degli altri.

Ma egualmente è autentico che la noia che mi assalga quando si blatera del nulla, e che sostanzialmente io abbia avuto molte più testimonianze di idiozia che non di valore da parte dei 'molti'.

E qui arriviamo al bel mucchio di deficienti del titolo.

Anni fa, era forse il '97, con la mia famiglia passai le vacanze estive in Puglia, a Peschici, un delizioso paese del gargano.

La sera eravamo spesso ospiti di un delizioso ristorante a conduzione famigliare, il cui nome mi pare di ricordare fosse 'Il piccolo Paradiso'.

Ammiravo di quella famiglia, o almeno di alcuni suoi membri, un'operosità che non avrebbe sfigurato se paragonata perfino a quella del più coriaceo dei muratori bergamaschi, e ricordo una gentilezza, una semplicità che è difficile trovare nelle nostre regioni settentrionali.

Una ragazza della mia età che serviva ai tavoli era poi d'una bellezza a dir poco sensazionale, davvero esplosiva.

Una sera, io mi stavo forse godendo un bel piatto di Troccoli al Ragù, specialità della casa, un nutrito gruppo di giovani, li ricordo trentenni, li avrei detti milanesi, si presentò al ristorante.

Per un numero talmente elevato di persone si dovette lavorare d'ingegno: alla fine venne preparata una tavolata immensa, inusuale per quel locale dove i clienti erano di solito piccole comitive, gruppetti di meno di dieci persone.

I ragazzi ordinarono, e nel frattempo molti potenziali ospiti dovettero cambiare osteria, visto che li ormai non c'era più un posto libero.

A un cenno convenuto, quei deficienti si levarono di scatto e con agilità collaudata di ladri di polli scapparono a gambe levate verso il paese, ridacchiando di gusto.

L'avevano fatta: avevano fatto preparare pietanze che nessuno avrebbe consumato, avevano fatto impazzire i camerieri, avevano allontanato chi davvero avrebbe voluto gustare quei santi troccoli: li avevano fottuti, dato la paga, o non so come esprimere, nel gergo dei fighetti, un gesto simile.

Mi vergognai di appartenere alla stessa genia di quei cani, e nella mia mente cominciai a calcolare la possibilità, nella vita di ogni giorno, di avere a che fare con qualcuno assimilabile a uno dei membri di quel circo ambulante.

Non ne assolvevo uno solo di quei cretini: non il capetto, probabilmente cocato, che aveva avuto la brillante idea, non l'ultima puttanella griffata che aveva trovato sicuramente 'figo' mostrare la propria brillantezza a quei pugliesi terroni.

Uno di quei dementi ebbe pure l'ardire, dopo pochi minuti, di tornare a riprendersi il maglione, dimenticato sulla sedia.
E nervosetto, a metà tra strafottenza e paura, come solo un vile può essere, lascio intendere che 'sarebbero tornati a mangiare' entro pochi minuti.

La gente fa schifo, Gio.

Tieniti stretto Alice, che è come una stella polare: irraggiungibile, e però mostra la direzione.
E la vedi di notte, quando gli altri dormono, e tu, invece, te ne stai con il naso all'in su.

4 comments:

  1. è una verità amara quanto vera.

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  2. che brutto quando persone che provengono dalla tua stessa terra si comportano così di m....da ti fanno sentire in colpa.... io non sopporto sentirmi in colpa, anche se a pensarci bene più che sentirmi in colpa io non sopporto vedere certe cose ed essere impotente....che fastidio...

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  3. Speriamo non sia tutta la verità Ale.

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  4. Il mio identico fastidio Calendula.

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