Sunday, 22 May 2011

Camminare, ovvero sangue e sesso

La città dove risiedo è una delle più vivibili del mondo.

Lo dicono le classifiche ufficiali, ma soprattutto lo manifestano il verde, che non è quello sporadico dei parchi ma anche quello selvaggio delle foreste, l'efficienza dei servizi pubblici, e tutto quello che consegue dal rispetto delle leggi, che siano queste i limiti di velocità, in molte zone 30 chilometri orari, o minuziose regole per il riciclo dei rifiuti.

Oggi ho ancora una volta preso il bus, e in due fermate ero al campus, dove ho lavorato per un paio d'anni, e da li mi sono subito immerso nella foresta.

Quando me ne andrò, e i legami con questa terra si faranno confusi, tornerò più spesso, e in chiaro, a questi luoghi.

Per ora ne faccio lo sfondo anonimo delle mie giornate, e delle mie piccole, sciocche, avventure.

Salendo, ho salutato con gioia vera le piccole piante, ora alberelli che non si piegano più agli sbuffi del vento, la cui crescita, quando lavoravo qui, seguivo con cura.
Fuori dai recinti dei campi da tennis mi sono fermato un attimo ad osservare le biciclette parcheggiate, e una coppia di ragazze in calzoncini e magliette di cotone, intente a giocare.

Ho seguito per poco il sentiero, e alla prima occasione mi sono addentrato nella macchia.
Devo ammettere che avanzare in un intrico di arbusti, foglie secche, tronchi divelti, rigagnoli d'acqua e sciamare insetti non è agevole, ma la ricompensa al fango, al sangue e agli starnuti è straordinaria, ed ha il suono dei rametti spezzati al lento incedere, la perfezione geometrica di una tela di ragno che un raggio di sole, precipitato fin li dentro, illumina, il suono del vento tra le fronde, il gracchiare delle cornacchie che volano lassù, da qualche parte appena sotto le nuvole.

Altrove, lungo il sentiero, negli spiazzi del barbecue, non avrei il necessario silenzio per poter entrare in contatto con le mille divinità della foresta.
Mi distrarrebbe il chiacchiericcio dei vecchi seduti alle panchine, o la bellezza delle ragazze in tuta che fanno ginnastica.

Mi ha ridestato da quella beatitudine una telefonata, e allora ho deciso di tornare sul sentiero, e cercare la strada di casa.

Proprio uscendo dal folto del bosco sono scivolato, e rovinando a terra ho graffiato la mano sul selciato, rimediando una botta anche al gomito.

Nulla di che, ho giusto perso un po' di sangue, e quel dolore, perfino lui, ha risvegliato in me ricordi lontani, che appartengono alla vita di un altro, cioè del me bambino che tornava a casa dalle gite dell'oratorio pieno di lividi, e felice.

Sulla strada verso casa, sempre nella foresta, ho incontrato una coppia di ragazzi che conosco.

Con lui ho quella confidenza che si ha tra colleghi, e che di fatto è una maschera educata dell'indifferenza. Di lei, una ragazza carina, so ben poco, e ho l'impressione che lei ne sia ben contenta, impegnata com'è ad essere una ragazza seria, ed è così difficile sentirsi a proprio agio con me ...

Insomma, una bella coppia di giovani che non si merita certo di incontrare Gio di domenica, no?

Li ho salutati, e ho fatto per dar la mano a lui, ma l'ho ritratta quasi subito, e ho detto loro della mia piccola ferita.

Come educazione insegna, si sono mostrati preoccupati.

Io allora li ho voluti rassicurare.

'Non preoccuparti Simone, è tutto a posto. Inoltre non temere, non ho nessuna malattia trasmissibile per via ematica ...'

Quindi, guardando lei, scrutandone ogni centimetro quadrato di pelle, e indossando una delle espressioni da Casanova del mio repertorio, ho aggiunto

'... nè sessuale'.

Risata di circostanza.

Li ho lasciati così, soli soletti, a immaginarsi un modo per poter continuare il pomeriggio senza di me.

Sono arrivato alla fermata del bus che Euro, Aquilone e Zefiro litigavano furiosamente tra di loro già da qualche minuto, e il grande Padre Zeus tuonava in cielo.

Zuppo come un pulcino sono arrivato a casa mia, dove ancora m'aspettava tutto come l'avevo lasciato.

No comments:

Post a Comment