Monday, 14 March 2011

Lo sto facendo davvero

Stamattina un insistente mal di testa mi ha tenuto lontano dalle solite attività, lasciandomi tutto il tempo necessario per pensare alle occasioni, non ne mancano di certo, in cui io sono stato un vile.

Me ne ricordo una in particolare.

M'ero da poco laureato, e faticavo a riprendermi da un intervento chirurgico piuttosto pesante, di quelli che ti fanno passare per le mani di tecnici eccellenti per poi lasciarti in balia di reparti ospedalieri indecenti, dove il rischio di beccarsi un'infezione non è remota, e dove davvero entri in contatto con le fragilità dell'uomo nello stesso momento in cui ti scontri con le sue asprezze.

Non m'illudo: sono queste esperienze, e null'altro, ad aver costruito quello che di me, dopotutto, amo.

L'emicrania ancora alberga nella mia testa, e allora rimando a un domani indefinito il giorno in cui affrontero' nel dettaglio questi argomenti: mi consola il fatto che per me sono indimenticabili perchè non associati a vaghi, episodici ricordi, ma alle cicatrici, agli incubi, ... al mio perpetuo esistere.

Il mio babbo, forse in un eccesso di affetto, o semplicemente in un'oggettiva considerazione del mio stato di salute, ero veramente uno straccio, inizio' con me un discorso circa il mio futuro: non mi sarei dovuto preoccupare, non sarebbe stato necessario, per me, lavorare.

In qualche modo, se l'avessi voluto, mi sarei potuto far mantenere, contentandomi, s'intende, di quello che una famiglia borghese, benestante ma non ricca, avrebbe potuto concedermi.

La mia viltà non arrivo' mai al livello infimo che questa premessa potrebbe far suggerire: avendo vissuto per anni da solo, non avrei mai potuto sopportare il dover 'tornare a casa', l'adattare i miei ritmi assurdi a quelli che si pretende un malato segua, e cosi via.

La mia viltà si presento' in modo assai piu' sottile, perchè riguardava solo me stesso, e mirava a garantirmi una sorta di indecente, farabutta consolazione, una scusa sciocca da invocare per lagnarmi del mio destino.

Già uno dei miei piu' cari amici, la cui lungimiranza oggi non mi sorprende piu', mi suggeriva di considerare di 'andare all'estero' per lavoro.

Lo posso ammettere?

Avevo paura di questa eventualità.

Troppo spesso, specialmente prima dell'ultimo intervento, mi capitava di star male, di avere dei capogiri improvvisi, di sentirmi stremato dal caldo o di rabbrividire dal freddo ... e di sentirmi debole, soggetto a diecimila variabili.

E tuttavia, dentro di me, iniziavo a capire che davvero per il mio futuro, per il mio desiderio di fare della fisica la mia occupazione, avrei dovuto considerare davvero di abbandonare l'Italia.

Dei miei compagni d'università, d'altra parte, già moltissimi l'avevano fatto, e da anni: a oggi credo che almeno il 70% di quelli con i quali avevo rapporti di amicizia o di semplice conoscenza, siano oggi all'estero.

Sarei riuscito a sopportare per il resto della mia vita la frustrazione di un vivacchiare mediocre in Italia?

D'altra parte attorno a me ero riuscito a fare terra bruciata, offendendo, in una discussione accademica davvero all'acqua di rose, un barone, che si prese la briga di mettere in giro voci circa il mio essere 'un rompicoglioni'.

[continua ...]

No comments:

Post a Comment