Wednesday, 9 March 2011

I miei esami universitari: Analisi I, quinta parte

Oggi consegno il draft di un articolo al mio supervisore, una persona magnifica con la quale ho la confidenza che si ha non per un luminare di prima grandezza quale lui è sicuramente ma con un collega qualsiasi.

Quando tutto sarà finito, tornero' a parlare della mia esperienza lavorativa di questi anni, della scelta assurda del head del dipartimento di volermi assumere in un gruppo che non punta nulla di diverso che all'eccellenza, e dove ben pochi si aspetterebbero di trovare uno che, per quanto brillante e vivace si possa essere è comunque limitato, ed è stato limitato, dalla malattia.

Di certo oggi mi sembra davvero lontanissimo quel giorno, quando per la prima volta mi trovai a dover discutere a quattr'occhi con un professore universitario.

L'essere stato miope, il non intendere gesti e smorfie, il confonderne altrettanti, è sicuramente una delle ragioni per cui sono stato da giovane un po' insicuro, e poi solitario, diverso, spigoloso per certi versi, friabile per altri.

La disinvoltura che avevo con il male, con quello che terrorizza la moltitudine mi confrontavo ogni giorno, non mi diede, da giovane, sicurezza di me.

Non mi rendevo conto allora di quanta debolezza potesse nascondersi in quelli che mi parevano decisi e determinati, nè che non era disgusto, ma paura quello che li teneva lontani da me.

Nudo davanti uno specchio ho infine contemplato nel mio corpo deforme l'espressione del coraggio, e nelle mie braccia scheletriche segnate da tendini che graffiano la pelle, ho indovinato una forza non umana: dove per anni non ho letto che debolezza e dolore, nella mia intera anatomia, ora intravedo l'impronta che, su di me, ha lasciato un demone, una creatura maligna ma non meno divina di quelle che donano ad altri bellezza, intelligenza, poesia.

L'esame ando' discretamente: inciampai solo sul concetto di relazione d'ordine, che non conoscevo e che da allora, ovviamente, non ho piu' dimenticato, ma il professore, che temevo agguerrito e invece era assonato e un po' esausto, non ne fece un problema.

Con il mio primo 26 sul libretto, quella sera tornai a casa sereno.

No, non avrei abbandonato gli studi, e dopotutto quel risultato, per uno che aveva seguito malamente le lezioni e che aveva studiato in modo al solito originale, concentrandomi troppo su alcune cose, ignorandone altre, era piu' che soddisfacente.

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