Saturday, 5 March 2011

I miei esami universitari: Analisi I, terza parte

Non ricordo nessuno degli esercizi di quel compito: mi è tuttavia facile immaginare ce ne fossero di alcuni circa successioni e serie, altri su studio di funzioni, e magari qualche integrale da calcolare con qualche tecnica speciale, e perchè no, una mezza dozzina di limiti.

Una volta che tutti i compiti furono consegnati, l'esercitatore svolse alla lavagna il tema d'esame davanti agli studenti esausti.

Ero discretamente soddisfatto, e mentre tra me e me pensavo che, chissà, forse un C o un B forse l'avrei acciuffato (alla fine fu B se non ricordo male), la mia attenzione venne attirata dal fastidioso chiacchiericcio di un paio di studenti in una delle prime file.

Uno era lui, l'ex compagno di liceo di mia sorella, e faceva, con un suo degno compare, il buffone: ogni volta che il professore svelava il risultato di un esercizio quello, che nel frattempo stava costruendo degli areoplanini di carta, sbottava con un plateale, canzonatorio, 'oh, ho cannato anche questo'. [cannato=sbagliato].

Ecco: ridurre i propri insuccessi a parodia, i propri impegni a qualcosa che dopotutto non tange, per non patirne la cocente verità, è qualcosa che io proprio non sopporto, e spero di non praticare troppo spesso.

Quando fallisco, io ho il muso tenuto schiacciato a terra, in una pozza di fango, dall'amore che devo a me stesso.

Quello, evidentemente, non aveva nulla da amare, e non si faceva problema alcuno a pavoneggiare la propria ignoranza.

Lo scritto era fatto ...

Entro pochi giorni avrei dovuto sostenere l'orale: quello che piu' mi spaventava era la possibilità di deludere i miei professori.

Loro, che mi vedevano sempre in prima fila, ogni tanto capitava anche intervenissi durante le lezioni, era meravigliosa maieutica quella che praticavano, avrebbero forse scoperto che ero un imbecille?

Non l'avrei potuto sopportare.

L'estate, nel frattempo, trionfava: dal giardino di casa mia salivano fino alla finestra le voci delle cene all'aperto, e i profumi delle rose di mio padre, come il frinire dei grilli e l'abbaiare dei cani, erano un invito a uscire, camminare nella notte ...

E invece la lampada, in quella stanzetta disadorna che era il mio studio, un vecchio solaio un po' malandato, era sempre accesa.

L'estate entrava dalla finestra mentre la mia mente seguiva i sottili ragionamenti di Walter Rudin, tornava sulle dimostrazioni annotate negli appunti: scoprivo, soprattutto, di riuscire ad incantarmi per la bellezza di un ragionamento astratto, e di stupirmi del suo precipitare verticale, repentino e perfetto nel mondo fisico.

La solidità della topologia, la necessità di dover dimostrare perfino l'ovvio, perchè una dimostrazione suggerita dall'intuizione per un caso semplice alle volte si puo' estendere a spazi a piu' dimensioni dove la mente non puo' arrivare con l'immaginazione, giocare con indici e simmetrie per semplificare il complesso ...

Cosi è nato il mio amore per la matematica: nelle lunghe sere di un giugno remoto, mentre con una stilografica costruivo, su fogli di brutta, tra ghirigori e omettini stilizzati, dimostrazioni forse un po' incerte, svolgevo calcoli su calcoli, prendevo dimestichezza con un linguaggio misterioso e affascinante.

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