Friday, 4 February 2011

Un ricordo triste

Ogni tanto capitava che il babbo passasse da scuola e mi prelevasse, d'autorità, per portarmi con sè a Milano.
Anche durante le vacanze estive non erano infrequenti le nostre gite a Milano, dove lui si trovava a discutere con colleghi, e io passavo un po' di tempo in una sala d'aspetto a leggere qualche fumetto, in attesa del suo ritorno.

Di quei giorni ormai lontanissimi ho alcuni ricordi: il pane fresco, diverso da quello che si serviva alla nostra tavola, i fumetti di Zagor, un affronto per me che crescevo con Tex Willer al mio fianco il suo eroismo, l'emozione di cambiare io, oddio che pazzia, la marcia durante il nostro tragitto in superstrada, una serie radiofonica con una giovanissima Mietta, una cantante che non puo' significare nulla per me proprio e solo in virtu' di quella sua presenza durante i mitici viaggi a Milano con il babbo.

La grande metropoli era per me quasi familiare, non come città, ma sicuramente come idea.

Avevo cugini di alcuni anni piu' grandi di me che vi erano andati pochissime volte, amici che forse non l'avevano mai visitata: cosi', per quanto 'Milano' per me fosse effettivamente una sala d'aspetto, un panificio e poco altro, io percepivo una sorta di limite intrinseco in quelli che non la conoscevano, o pur conoscendola la dipingevano come un altro mondo, disprezzandola, forse esorcizzandola.

Ogni volta che, negli anni passati, ho sentito altri parlarmi di New York, Tokyo, Londra con familiarità, mi sono sentito limitato nella stessa misura, non peccando dunque di presuzione locale, ma applicando con rigore equo questa forma di legge dell'ignoranza.

Il ricordo triste è quello di una ragazza.

Lavorava alla bancarella di un mercato all'aperto, e doveva essere davvero bella, e il mio babbo doveva averla notata diverse volte su quel marciapiedi, che era diventato il suo.

Li, dove l'andavi a cercare ogni volta che vi capitavi, nel grigiore di una città esausta e sporca, trovavi un viso luminoso, forse delle gambe snelle, e quella misteriosa armonia che dimora nel corpo delle belle donne, e che proprio non si puo' esprimere con le parole, e che per questo è ragione d'invidia dello scrittore nei confronti del pittore, e del pittore nei confronti di quel Dio che l'ha create.

Poi pero' qualcosa cambio'.

Quando passavamo davanti al suo chiosco, il babbo non lodava piu' la sua bellezza: il suo volto non era piu' splendido come un raggio di sole, dolce e carezzevole, un dono per i passanti e i distratti clienti.

Lui me la indicava, compassionevole per quella perfetta sconosciuta, in quell'angolino della piazza dove i miei occhi miopi non arrivavano a vedere, e dove lei si stava spegnendo, divorata dal male.

La droga stava distruggendo.

...

Un giorno non l'abbiamo piu' vista.

2 comments:

  1. La limitazione per quel che gli altri conoscono...ti capisco...

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