Thursday, 17 February 2011

Perchè ridi?

Un ricordo di tanti anni fa.

Una presentazione davvero brillante la sua.

Lo riconobbero tutti: i professori, che già pensavo a come sfruttare al meglio quella genialità di cui avevano una luminosa manifestazione, ma anche gli altri membri di quel gruppo di ricerca, che speravano di poter approfittare della sua presenza per incrementare la loro produttività, e perfino gli altri candidati per quella posizione di ricercatore.

Era ovvio, anche se nessuno lo disse: il lavoro, certamente, sarebbe stato offerto a lui.

Lo imponevano le sue numerosissime pubblicazioni su prestigiose riviste internazionali, il fatto che avesse conseguito il suo PhD a Princeton, e, per finire, proprio la sua eccellente presentazione.

M'ero rassegnato, senza troppi patemi d'animo alla sconfitta: avevo carezzato l'idea di poter lavorare in quell'istituto, è pur vero, ma alle volte, semplicemente, bisogna chinare il capo e riconoscere la superiorità di un altro, non trovate anche voi?

E lui, personalmente, era da anni che lo conoscevo: avevo letto numerosi suoi articoli, e ne avevo sentito parlare da tutti in termini di eccellenza.

Perfino un lieve problema di salute, una fastidiosa forma di asma da panico che una volta, all'inizio della sua carriera, l'aveva quasi ucciso durante una presentazione cui io stesso assistevo in veste di congressista, non faceva che ingigantirne l'immagine ai miei stessi occhi.

Sicchè, quando me lo ritrovai come concorrente per quella posizione di ricercatore, mi misi l'animo in pace senza troppi drammi.

Ci ritrovammo, la sera seguente alle nostra presentazioni, nello stesso vagone, su un treno che dalla Germania scendeva giù, nella notte, fino a Milano.

Eravamo per puro caso compagni di cuccetta.

Entrai nel nostro scompartimento che lui s'era già accomodato, e, sdraiato nel lettino, parlottava al telefono con qualcuno.

Diceva della sua esperienza ... e non era esattamente gentile nei confronti degli altri concorrenti a quella posizione, per i quali aveva parole grondanti di arroganza e di disprezzo.

Quando mi riconobbe, non cambio' registro: ebbro di gioia, gonfio di superbia, mi vomitò addosso tutta la sua presunzione.

Rimasi scosso da quel suo comportamento: ho sempre detestato gli esaltati, quelli che credono di essere migliori degli altri a tal punto da potersene fare beffe, e faticavo a credere alle mie orecchie.

'Magari hai anche sperato di poter vincere, eh? Scommettiamo che la posizione verrà offerta a me? Ho un paper su Science come primo, non credo tu ne abbia, o sbaglio? E tu chi hai come referente? Io ho il presidente della facoltà di fisica di Princeton ...'.

Mentre così parlava, io mi guardavo attorno.

La porta era chiusa, le tendine tirate, e la notte ormai inoltrata.

Andai un attimo in bagno, o almeno così gli dissi.

Invece, diedi una controllata al vagone.

Era deserto.

...

Eravamo solo io e te su quel vagone ... e presto sarei stato solo io.

Tornai nel nostro scompartimento, volendoti dare un'ultima possibilità, ma sperando, tra me e me, che tu la sprecassi.

...

'Si, in effetti penso proprio che vincerai tu la borsa, hai veramente fatto un ottimo lavoro'.

Godeva nel vedermi mansueto, docile, sottomesso.

E commise il suo errore: invece di chetarsi, tornò ancora con rinnovata meschinità a ridicolizzarmi.

Chinai il capo ... e già stavo ridendo ...

Lo risollevai, e gli mostrai il mio volto felice, l'ampio sorriso, la luminosità di due occhi allegri, vivaci, cornice di uno stato d'animo gioviale che lo sorprese.

Perchè ridi? Non hai capito che hai perso?'

'Rido ... perchè penso a come mi implorerai quando ti metterò la canna fredda della mia pistola alla tempia'.

Veloce più del lampo, estrassi l'arma e gliela puntai al cranio.

Un attimo ... ed ecco arrivare quello che aspettavo ...

L'affannarsi di quel respiro che era servito solo a seminare cattiverie, il gonfiarsi inutile di due polmoni incapaci di risucchiare aria, l'occludersi di bronchi ... e l'agitarsi convulso per raggiungere la sua borsa a terra, dove il suo antiasmatico l'avrebbe salvato, e dove invece non arrivò mai.

Quanto impiegò a morire quel bastardo?

Un minuto forse, non di più.

E furono inutili, ancora una volta, i miei soccorsi, e l'ambulanza, chiamata dal capotreno da me allarmato, non potè che trasportare all'obitorio il corpo di quella giovane promessa della fisica italiana, strappato alla vita da una crisi asmatica, e che chissà dove aveva smarrito quel suo spray miracoloso.

Da qualche parte, lungo i binari dove corre ogni notte quel treno che dalla Germania scende in Italia, lo puoi trovare: ve lo gettai io, quando ormai il cane era morto, per dare l'ultimo tocco al mio primo omicidio perfetto.

2 comments:

  1. :-D

    Sei tremendo! Ma descrivi benissimo situazioni, sensazioni e sentimenti di impotenza - come ti capisco!

    Buona giornata, mio caro, un bacio a te :-)

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  2. Devo ammettere che fortunatamente non c'è molto di autobiografico almeno qui ;-)
    Saluti a voi :-)

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