Sunday, 13 February 2011

Il fascino per il diverso

Tre anni fa il mio lavoro mi porto' in una meravigliosa città del sud Italia.

Passeggiavo da solo, nei lunghi pomeriggi sonnacchiosi che seguivano il concludersi delle presentazioni e dei seminri, per le vie del centro storico, un gioiello barocco che non ha molti eguali al mondo che vorrei tornare a visitare da semplice turista.

Avendone il tempo, porterei con me uno dei miei taccuini.

Lo terrei con me, a portata di penna, per i miei appunti: per catturare in parola la bellezza di un dettaglio, fosse anche un segno di decadenza, o l'essenza di un buon profumo, e per disperdere qua e la tra una nota d'architettura e un accenno storico, qualche lacrima, qualche residuo ancora rimastomi dei miei sogni.

E poi, chissà, potrei incontrarti di nuovo, e allora ti direi ...

...

Passeggiavo sereno: in una rosticceria avevo assaggiato un ottimo arancino ripieno di riso, e, scongiurato un eventuale svenimento da ipoglicemia, un rischio che so di correre, mi godevo quella pausa di solitudine.

Camminando in una stradina lastricata da ampie piastrelle che saliva tortuosamente fin verso la grande piazza, ti vidi.

Te se ne stavi seduta sulla gradinata d'ingresso di una casa: sulle cosce tenevi un album da disegno, in un astuccio, matite, carboncini, gomme e li, sparpagliati alla tua sinistra qualche foglio scritto con una calligrafia fitta e, almeno da quella distanza, illeggibile.

Non mi fermai: gettai giusto un'occhio e mi piacque il tuo tratto preciso nella definizione delle geometre ma su cui, credo, a posteriori interveniva una correzione, a sfumare, per renderlo piu' adatto per ritrarre quelle pareti una volta forse squadrate, ma ormai levigate dal tempo, consumate, mi venne da pensare, perfino dai turisti che, come me, le carezzavano da secoli.

Tornai sui miei passi.

Guardai di nuovo quel disegno.

E ti parlai.

Entrarono in contatto i nostri due mondi pur separati da una distanza abissale e paradossalmente ribaltati: tu, artista, meridionale, mi citasti, temo un po' a sproposito, una tua teoria basata sul C14 per la datazione di alcuni edifici, e io, scienziato, nordico, sentivo un'emozione strana, quella che ci prende quando abbiamo la consapevolezza di avere a che fare con qualcuno di straordinariamente fragile e magnifico.

Tu fragile lo eri di sicuro: lo dimostravano i discorsi, l'inciampare lievemente nelle parole, il non guardarmi dritto negli occhi, chinando a volte il capo, il sentirti incompresa ed isolata cui mi accennasti in modo piuttosto esplicito, ma eri anche magnifica: tanto che la cura che abbiamo per gli indifesi, quel misto di premure e raccomandazioni che conosciamo benissimo perfino quando non l'adottiamo, in quel caso sarebbe stata oggettivamente fuori luogo.

Tu, se da un punto di vista eri forse bisognosa, d'altra parte eri un'artista, una conoscitrice di verità a me interdette.

Sono questi incontri, quelli con chi mi coglie impreparato, quelli che danno colore alla mia vita, e riempono di ricordi preziosi la mia memoria: non è cosi anche per te?

Ti chiesi un po' del suo lavoro: di quale matite usassi, di dove avessi studiato.

E ti chiesi, ma sapevo già la risposta, se quei tuoi disegni fossero in vendita.

Come mi aspettavo, non lo erano.

Ecco.

La prossima volta, io avro' con me il mio taccuino.

E mentre tu starai disegnando qualcosa per me, io ti diro' di come, a volte, 1500 chilometri, tre anni e tutto il resto siano una distanza inesistente.

A volte vince, il fascino per il diverso.

4 comments:

  1. La Sicilia... Non riesco ancora a spiegarmi come possano incontrarsi le anime e salutarsi con la stessa, medesima, casualità/velocità. Grande Gio come sempre :)

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  2. Voi mi confondete cara Marahptica ;-)

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  3. La ragazza dietro al banco mescolava birra chiara e Seven-up,
    e il sorriso da fossette e denti era da pubblicità,
    come i visi alle pareti di quel piccolo autogrill,
    mentre i sogni miei segreti li rombavano via i TIR...

    Bella, d'una sua bellezza acerba, bionda senza averne l'aria,
    quasi triste, come i fiori e l'erba di scarpata ferroviaria,
    il silenzio era scalfito solo dalle mie chimere
    che tracciavo con un dito dentro ai cerchi del bicchiere...


    Basso il sole all'orizzonte colorava la vetrina
    e stampava lampi e impronte sulla pompa da benzina,
    lei specchiò alla soda-fountain quel suo viso da bambina
    ed io.... sentivo un'infelicità vicina...

    Vergognandomi, ma solo un poco appena, misi un disco nel juke-box
    per sentirmi quasi in una scena di un film vecchio della Fox,
    ma per non gettarle in faccia qualche inutile cliché
    picchiettavo un indù in latta di una scatola di té...

    Ma nel gioco avrei dovuto dirle: "Senti, senti io ti vorrei parlare...",
    poi prendendo la sua mano sopra al banco: "Non so come cominciare:
    non la vedi, non la tocchi oggi la malinconia?
    Non lasciamo che trabocchi: vieni, andiamo, andiamo via."

    Terminò in un cigolio il mio disco d'atmosfera,
    si sentì uno sgocciolio in quell'aria al neon e pesa,
    sovrastò l'acciottolio quella mia frase sospesa,
    "ed io... ", ma poi arrivò una coppia di sorpresa...

    E in un attimo, ma come accade spesso, cambiò il volto d'ogni cosa,
    cancellarono di colpo ogni riflesso le tendine in nylon rosa,
    mi chiamò la strada bianca, "Quant'è?" chiesi, e la pagai,
    le lasciai un nickel di mancia, presi il resto e me ne andai...


    Guccini - Autogrill

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  4. Ok Baol, il prossimo racconto l'ho deciso leggendo questo tuo :-)

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