Sunday, 30 January 2011

Ricordi

Per diversi mesi, allora vivevo ancora a Milano, mi appoggiai al centro Auxologico di Via Spagnoletto per certi controlli ematici che dovevo ripetere con frequenza.

L'ospedale non era vicino a casa: per arrivarci dovevo prendere due mezzi pubblici e fare poi un bel pezzo a piedi, scendendo da viale Murillo per infilarmi poi a sinistra in quella strada alberata e tranquilla fino al civico numero 3.

Tornano alla mia mente le diverse persone che ebbi modo di conoscere, o solo sfiorare, in questa mia esperienza.

C'era la dottoressa scrupolosa e competente che i pazienti, insofferenti alle attese, facevano crudelmente impazzire, commentando con un'accidia incredibile il prolungarsi di una visita, lo squillo del suo telefono, l'evenienza di ogni minimo imprevisto.
Quegli sciocchi, per lo più pensionati chiacchieroni e ruvidi, avevano a volte il coraggio di investire con rabbia i pazienti che, uscendo da un lungo colloquio e quindi verosimilmente non psicologicamente sereni, ritardavano il loro turno.
C'erano poi le infermiere gentili, l'efficienti e graziose donne all'accettazione, il paziente, molto simpatico, un po' duro d'orecchi che raccomandava agli altri, in attesa, di strattonarlo per la manica qualora la dottoressa l'avesse chiamato, il ragazzo giovane ed elegante che un male non troppo diverso dal mio costringeva in quelle occasioni lontano dal suo ufficio, ma anche il barista stizzoso, la sua moglie maleducata, due zotici capaci di cattive parole solo perchè entravo sempre e solo per comprare un biglietto del tram che avevo pure l'ardire di non pagare in moneta, e che se fossi stato in condizioni di salute decenti avrei mandato all'inferno come Tex Willer comanda.

Nella sala d'attesa, oltre che dover sopportare i lamenti dei tignosi, si sentiva parlare di piatti succulenti che aspettavano a casa, di nipotini che crescevano, di lutti.

Nel tragitto che mi portava in ospedale, incontravo sempre una prostituta, che vedevo ogni volta al medesimo incrocio.

La ricordo con una certa tenerezza: io, che di li passavo ogni due o tre settimane, avevo finito per diventare qualcosa di diverso da un perfetto estraneo, e quindi qualcuno con cui condividere la realtà della propria professione era forse un po' imbarazzante.

Anche se non scambiammo mai neppure una parola, qualcosa mutò nel corso dei mesi nel cerimoniale del nostro incrociarci.

All'inizio lei, sulla cinquantina, capelli sottili e biondastri, pelle un po' ingrigita dal fumo, e forse dallo smog, se ne stava li in posizione d'ordinanza, con le mani sui suoi fianchi ormai larghi, in un'inguardabile gonna a mezza gamba scozzese, una camiciona bianca e delle calze a rete un po' logore.

Poi però, man mano che passavano i mesi e si rendeva conto che ero una presenza assidua di quell'incrocio, le mani non poggiavano più sui fianchi, ma cercavano qualcosa nella borsetta, o forse lei controllava l'ora sul suo orologio da polso, o invece si soffiava il naso.

Smetteva i panni della prostituta per tornare ad essere una donna qualsiasi, una cui avrei potuto chiedere un fiammifero, l'ora, un fazzolettino di carta, e non il prezzo.

Lei, che nessuno si sarebbe mai sognato di chiamare escort, e che per tutti era un'orrida puttana, una troia da quattro soldi, per me non era nè cortigiana nè zoccola ma semplicemente una donna.

Un'essere di più al mondo cui augurare serenità.

[al solito per motivi di privacy alcuni dettagli non sono conformi al vero].

6 comments:

  1. La classe non è acqua caro Gio, ma la profonda sensibilità è qualcosa che avvicina l'uomo al divino.
    Un saluto e un abbraccio.

    :) :) :)

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  2. D'inverno faceva freddo su quel marciapiedi, e d'estate dall'asfalto saliva un calore insopportabile.

    A presto Milo!

    Gio

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  3. Ci ho vissuto un anno da quelle parti Gio e quindi il tuo racconto non può che farmi venire malinconia.

    Il tuo racconto è bellissimo (come al solito) e l'essere umano sta nell'essere umano...

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  5. Ciao Gio,

    nel tuo diario ad un certo punto scrivi: "Qual'è la differenza tra il bello ed il sublime? Il bello è la pace, la tranquillità, la religione dei credenti. Il sublime è la guerra, il combattimento, raggiungere Dio, sfidarlo..." ma subito dopo aggiungi: "Prova a pensare cosa significa per quella persona (una vecchia noiosa e pettegola) la compagnia di qualcuno che la ascolti. E prova a pensare cosa significa per te la compagnia dei tuoi amici. Esiste qualcosa che si può conoscere solo per esperienza personale: il dolore. Non capisci quale legame unisca quella frase al resto? Beh, aspetta, forse prima o poi lo capirai..."

    Che il sublime sia quello che hai scritto nella prima frase, per me, è il terribile, grande millenario tranello dell'umanità, nel quale si dibatte da sempre. E vi si consuma e si divora.
    Ma la tua seconda frase mi ha fatto credere di capire che anche tu sia arrivato alla mia stessa conclusione: il sublime, per l'Uomo, può esistere solo nella "Pietas", il sentimento che induce ad amare e rispettare il prossimo.

    Solo così l"orrida puttana" torna ad essere semplicemente una Donna.

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  6. Cogliere nel precipitare degli eventi una nota malinconica, viverla come espressione altissima della propria umanità: questo è il sublime, e lo si incontra nel fango e nel dolore (secondo me).

    La Pietas è una qualità altissima :-)

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