Saturday, 8 January 2011

Chi sei?

Torno alla storia di Vera. L'ultimo episodio è qui, mentre un'elenco completo si trova qui. In questa pagina ne parlo in termini generali.

Me ne ero convinta: la sua dissonanza con il resto delle persone non si limitava a una presenza fisica un po' inquietante, era assieme rigido e fragile.
Quella faceva solo all'apparenza di lui un punto isolato dagli altri: qualcosa di diverso e più sottile doveva giustificare il suo atteggiamento gentile ma distaccato, e per forza di cose pensieri di un qualche genere avevano riempito i suoi infiniti, ne ero certa, attimi di solitudine, come quelli, lunghissimi, che gli occorrevano per preparare le proprie cose e avviarsi all'uscita.
Sorrido se penso che nel volgere di pochi istanti sarei tornata a considerarlo un depravato: eppure è proprio andata così tra noi, e non riesco a immaginare come sarebbe potuto essere più fecondo quel nostro primo attimo di contatto ... o di collisione.

Un fine stratega davvero non sarebbe riuscito ad organizzare meglio il nostro incontro di quanto il caso, per una volta benigno, anche se sempre mascalzone, stabilì.

Si avvicinò alla porta fischiettando un motivetto allegro.

Avanzava zoppicando lievemente: la giornata, pesante perfino per me, non stentavo a credere avesse messo a dura prova la sua resistenza di mingherlino.
Mi sembrò anche per questo assolutamente innocuo, e benchè non intendessi tendergli una trappola, ciò mi tranquillizzava.

Me ne stavo dietro una colonna, pronta, al momento di minima distanza, a fare la mia mossa: l'ampia stanza era male illuminata, restavano accese le poche lampade della notte, ed ero sicura che lui non si fosse accorto di me.

...

Ecco il momento Vera, buttati!

...

'Mi scusi ...'

Lo sorpresi mentre, lui camminava con la testa fra le nuvole, ero alla sua sinistra.
Gli rivolsi da subito la parola in italiano.
Si voltò verso di me lievemente scosso, di sicuro sorpreso, ma presto torno in sè.
Si schiarì la gola e mi disse.

'Buondì signorina ...'

L'inizio fu decente dopotutto, anzi mi divertì quella sua formula di saluto un po' arcaica, e la modulazione della sua voce, finalmente rilassata, era serena e tranquilla, non più frenetica come prima, durante la discussione.
Questo di lui mi piacque: il resto invece lo detestai.
Subito si fermò, appoggiò le sue cose per terra e, rialzando lo sguardo, facendo un mezzo passo in mia direzione, chinandosi in avanti, iniziò a guardarmi con insistenza e senza nessun pudore il seno.
Guardò a sinistra e a destra, con occhio clinico manco fossi un manichino esposto in vetrina.

Nessuno aveva mai osato tanto.

Ero ben consapevole della mia avvenenza, e spesso avevo giocherellato a sedurre, a mandare mezzi segnali d'intesa, a torturare deliziosamente la fantasia altrui, invitando e negandomi, ma nessuno aveva mai neppure provato a guardarmi così.
Perfino nell'intimità mi spiaceva essere ridotta a mercanzia, figuriamoci in pubblico, con un estraneo, in un'occasione di lavoro!

Tutto dunque annichilì all'istante: la mia curiosità per lui, l'alone di mistero di cui l'avevo circondato, quel misto di tenerezza e ammirazione che avevo sentito nascere dentro di me.

Fui li li per tirargli un pugno, e sicuramente l'avrei fatto cadere come un birillo, e sarei stata soddisfatta solo dopo averlo ricoperto di insulti.

La sorpresa tuttavia m'aveva come paralizzata, e i miei riflessi erano rallentati.
Si ritrasse, con una naturalezza sorprendente, proprio all'ultimo nanosecondo valido per sfuggire alla mia ritorsione bellicosa.

Si portò quindi una mano al collo, frugò un po' tra colletto della camicia e bavero della giacca e tirò fuori il suo badge.
Me lo mise sotto il naso, in modo che potessi, anche nella penombra, leggere bene il nome.

'Piacere, io sono Gio. Lei è ...?'

Possibile che avesse solo cercato di il mio nome, guardandomi con tale insistenza li dove, in effetti, si tiene il proprio cartellino?

Era un trucco ridicolo? Una collaudata tecnica di un vizioso Don Giovanni?
Con chi diavolo avevo a che fare?

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