Saturday, 15 January 2011

Pulizie di casa

Si riempiva la mia mente di pensieri, volti, ricordi stamattina, mentre facevo le pulizie di casa.

E mi servivano tutti per mettere in disparte il dolore, per riuscire ad ignorare la consapevolezza che domani pagherò l'audacia d'aver preso in mano scopa e stracci in condizioni non ancora ottimali.

Mi è tornato alla mente Antonio.

E di quell'uomo che nulla aveva di superfluo nella sua casa, e conosceva una povertà autentica che viveva senza ostilità alcuna, immaginavo le fatiche per le faccende di ogni giorno, il freddo delle notti d'inverno, la difficoltà d'essere l'ultimo, l'indigente, in una città ricca.

Davvero tra quella gente che cercava nell'ostentazione del proprio benessere quella solidità che, al di la dell'origine etimologica, non risiede nel soldo, lui era un illuminato.

Non è una colpa essere abbienti, nè una virtù la poverta: muovendo l'una in direzione della presunzione e dell'arroganza, l'altra dell'invidia e dell'astio, queste egualmente portano l'uomo in una condizione di cieco pregiudizio.

Se poi di alcune persone benestanti ho apprezzato la cultura, la generosità, la capacità di non adeguare la propria etica personale neppure quando traslata a una scala diversa, da chi non ha nulla ho imparato a volte la dignità che accompagna il bisogno, l'equilibrio che resiste perfino in condizioni di degrado.

Per me, che benchè non agiato, ho avuto la possibilità di studiare, e di cogliere nell'analisi di mille classici una certa cultura, una dimostrazione teorica dei benefici di un'etica, nulla vale l'insegnamento di chi mi è più simile, ovvero l'ultimo, il reietto.

Destinato ad esserlo, in senso sottile ma analogo, io stesso, ho trovato nell'esempio di alcuni, la dimostrazione, pratica, della validità del loro comportamento.

Non so come, mentre ragionavo di questo, mi sono ricordato di una frase con la quale Adelchi, figlio di Re Desiderio, il sovrano Longobardo prima alleato, poi nemico di Carlo Magno, esprime, in un'Opera manzoniana, con precisione mirabile il paradosso di ogni potente.

Queste poche parole, rivolte al padre ormai sconfitto ed espropriato del proprio comando, racchiudono in sè una consolazione per lo sconfitto, un monito per il vittorioso.
Adelchi, morente, alla presenza di Desiderio e Carlo, così parla al genitore proprio:

Ti fu tolto un regno:
Deh! nol pianger; mel credi. Allor che a questa
Ora tu stesso appresserai, giocondi
Si schiereranno al tuo pensier dinanzi
Gli anni in cui re non sarai stato, in cui
Né una lagrima pur notata in cielo
Fia contra te, né il nome tuo saravvi
Con l'imprecar de' tribolati asceso.
Godi che re non sei, godi che chiusa
All'oprar t'è ogni via: loco a gentile
Ad innocente opra non v'è: non resta
Che far torto, o patirlo.
Per un sovrano, dunque, "non resta che far torto, o patirlo."

E mi domando ora se questo concetto, che appunto è assieme un monito e una consolazione, non si possa estendere oltre il potere, a ogni ambito dell'umano: l'amore, l'amicizia, il semplice confronto con il prossimo.

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