Monday, 31 January 2011

L'etica del sogno

Ancora una volta, è stato il Concerto per due trombe di Vivaldi a spegnere le luci della mia stanza, e a chiudermi gli occhi.

Mi ritrovo, al risveglio, nella piazza del mio paese, in Italia.

C'è aria di gran festa: si celebra la fine di un incubo, e benchè non ci sia, nel sogno, alcun riferimento ai fatti recenti, e si spera futuri, di politica italiana, è facile identificare nelle speranze che nutro in questi ultimi giorni l'origine di quella scena di giubilo.

Da qualche parte, nella folla, mi sembra di intravedere Silvia, ma tanta è la confusione che non la riesco davvero a riconoscere.

Al rintocco delle campane, tutti quanti estraggono delle pistole o dei fucili e sparano in aria, gesto, quello, liberatorio e allegro.

E sconsiderato.

Non si rendono conto, quei pazzi, che i proiettili sparati in aria, precipiteranno ad altissima velocità sulle loro teste?
Com'è possibile, mi domando, trasformare un evento lieto in un'occasione di lutto?

Quando faccio loro presente il pericolo, quelli mi deridono, dicendo che la resistenza atmosferica disintegrerà i proiettili, e che non c'è nulla di cui preoccuparsi.
Non provo neppure a ribattere: solo, me ne vado sconsolato.

Mi ritrovo ora in un'aula universitaria.
Li, in veste di professore, sto discutendo con un collega di una rivoluzionaria teoria cognitiva.
Molti studenti, la stanza è stipata, seguono inizialmente con distacco, o perfino sufficienza i nostri discorsi, ma man mano che diamo dimostrazioni pratiche delle nostre idee, con partecipazione ed entusiasmo.
Quello che stiamo mostrando loro è un nuovo modo per interpretare la realtà, uno strumento mentale che agisce a livello anche visivo e tale per cui i dettagli che possono sostenere o stimolare un ragionamento emergono, come immagine, in modo automatico.

Finita la lezione, seguo il defluire degli studenti per la strada, attardandomi con alcuni di loro.
Mi accompagnano, oltre a questi ragazzi, anche mia madre e mia sorella, che pure hanno seguito la mia lezione.

Mentre camminiamo verso casa, la nostra attenzione è d'un tratto catturata da un'autovettura parcheggiata su un marciapiede, con gli sportelli spalancati.

Ci avviciniamo insospettiti.

Li dentro, ormai senza vita, troviamo due degli studenti, una coppia di innamorati che fino a poco prima erano con noi.
Mostrano i segni evidenti di un'aggressione armata, e sul marciapiedi troviamo la pistola che verosimilmente li ha uccisi.

Io resto un po' in disparte.

Mia sorella prende subito la pistola tra le mani, e nostra madre le raccomanda invece prudenza, e aggiunge che è folle toccare l'arma di un delitto, e che cosi facendo non solo renderà piu' complesse le indagini, ma addirittura concentrarà su di sè i sospetti.

Ma lei non l'ascolta, anzi: smonta la rivoltella ... e io so che è convinta, con il metodo che le ho insegnato, di poter trovare la verità.

Ma la verità le è ancora interdetta.

Mi avvicino e rassicuro entrambe: grazie alle mie capacità ho capito chi è l'assassino, e faccio il nome di un tal Renzo Martinelli.

Loro, a quel punto serene, riprendono la strada di casa, mentre io, da solo, me la vedro' con il criminale ...

Arrivo sotto casa Martinelli.

Chiamo ad alta voce Renzo, che si affaccia, mezzo nudo, cencioso, a un terrazzino al primo piano.
Gli dico di scendere, che è ora di farla finita, che devo pagare per il male che ha fatto.
Lui resiste, mi minaccia ... ma alla fine cede.
Lo porto in prigione, dove confessa tutte le sue malefatte.

Ma tra queste non v'è l'assassinio: in verità non è stato lui a uccidere quella coppietta, e io lo so bene.

Ho ingannato tutti: mia sorella, mia madre, perfino Martinelli, che pure di colpe da scontare ne ha molte.

Ad esempio, l'aver maltrattato, abusato e istigato alla violenza la sua figlia adolescente, Michaela.

E' stata lei a uccidere la coppietta, non il padre.

Ma se Renzo ormai è un'anima perduta, Michaela si puo' ancora salvare.

La vado a scovare nella sua stanzetta.
La prendo per il polso, la trascino con forza in strada.
Ogni volta che incontriamo qualcuno, la presento come l'assassina dei due innamorati.
I passanti allora l'insultano, le sputano addosso ... e lei prima ringhia, poi protesta ...
e infine piange, disperata, pentita.

Arriviamo fin davanti alla questura.

La guardo severo e le chiedo ...

'Hai capito?'.

E io so che quel 'si' con cui mi risponde è sincero, e la lascio andare.

Ora è libera.

6 comments:

  1. Cioè, l'hai sognato? No perchè la tua mente mi spaventa amico mio... Qui ci scappa il giallo! ;)

    ReplyDelete
  2. E qui mia cara è evidente (o no? :D) l'influsso di 'Come Dio Comanda' :-)
    Cmq. si, è tutto come nel mio sogno (a parte alcuni dettagli un po' truci che non ho scritto perchè sono un galantuomo!).

    Ciao :-)

    ReplyDelete
  3. Aiut! L'assassina è mia cugina!

    :D :D :D

    ReplyDelete
  4. Caro Gio,
    incredibile il tuo sogno poliziesco con redenzione dell'assassino. Ne potresti ricavere un ottimo giallo... e tu come ti sentivi alla fine del sogno?

    ReplyDelete
  5. Allora Milo te la daremo in affidamento :-)

    ReplyDelete
  6. Cara Enrica, mi sentivo benissimo :-)
    E il sogno di ieri notte è pure 'un giallo', questo davvero assurdo per complessità.
    Nel pomeriggio lo scrivo.

    A presto!

    Gio

    ReplyDelete