Saturday, 1 January 2011

La mia Vera

Torno alla storia di Vera. L'ultimo episodio è qui, mentre un'elenco completo si trova qui. Qui ne parlo in termini generali.

M'ero già dimenticata di quell'incontro nel volgere di poche ore: d'altra parte, era l'inizio del mio dottorato, ero piena di impegni.

Se quelli lavorativi già di loro erano piuttosto pressanti, mi resi conto abbastanza presto di poter contare sulle capacità organizzative e scientifiche di alcuni e di dover sopportare la mediocrità di altri, gravava anche il peso di una vita domestica nuova, e quindi quel lungo elenco di consuetudini banali ma necessarie come fare la spesa, cercare un idraulico, sistemare la casa.

Il mio supervisore, nel tardo pomeriggio, mi chiamò nel suo ufficio: un imprevisto gli avrebbe impedito di assistere, l'indomani, al seminario che era stato organizzato presso il nostro dipartimento.
Mi chiedeva quindi, e la sua era una gentile imposizione di fatto, di presenziare a un numero di talk, di guardare certi poster, e cercare, per quanto fosse possibile, di capire un metodo che avremmo potuto usare, chiedere lumi circa un articolo nel quale si riponevano egualmente speranze e nutrivano dubbi, contattare il rappresentante di una determinata compagnia privata.

Dubito che lui stesso sarebbe stato capace di eseguire con la dovuta cura tutti quei compiti, e io mi decisi di cercare qualità e non quantità, e così la sera, programma alla mano, stilai uno schema realistico del da farsi.

Avrei, su tutto, cercato di seguire un paio di presentazioni orali, per le quali avevo già in mente alcune di domande, e due o tre poster: solo se fosse rimasto tempo avrei tentato di andare oltre quello che, ne ero sicura, era davvero importante.

Al mattino presto, sicchè, ero già in università, e non per il mio solito lavoro, ma in rappresentanza del mio istituto.

Tutto procedette nel migliore dei modi: pranzai perfino con un ricercatore giapponese, e dopo un'estenuante lotta con il suo inglese incespicante, riuscii a ottenere quelle informazioni che tanto, il mio supervisore, desiderava ottenere.

Il pomeriggio non fu diverso dalla mattinata: durante una pausa caffè conversavo con un americano orgoglioso dei suoi risultati e un po' restio a discutere le approssimazioni che sottointendevano, nell'intervallo tra due presentazioni trovavo, in un'energica professoressa russa, la sponda ideale per risolvere una controversia tra me e un'arrogante studente francese.

Stanca, ma felice, me ne stavo infine su una poltroncina, un po' in disparte, guardando il mio programma: mi mancava solo un'ultima cosa, dare un'occhiata a un poster.

Il relatore, uno studente, sarebbe stato presente solo nel tardo pomeriggio, e benchè fosse un'autentica scocciatura dover aspettare così a lungo, ero ben decisa a chiudere in bellezza una giornata che, lavorativamente, era stata davvero molto soddisfacente.

I corridoi iniziavano a svuotarsi, e s'accendevano le pallide luci al neon.
Alle voci serie e chiare degli accademici s'erano sostituite le chiacchiere, le risate rilassate che ci si concede alla fine di giornate intense ed eccezionali come quelle in cui ci si ritrova con vecchi amici, colleghi di tempi lontani.

Mancavano ormai pochi minuti all'ultimo appuntamento della giornata.

Chissà perchè, volli andare un attimo in bagno a rinfrescarmi, a farmi bella.

E bella lo ero davvero: perfino a conclusione di un pomeriggio pesante, che seguiva una mattinata lunga e frenetica, l'immagine riflessa nello specchio era meravigliosa.

Mi lavai il viso, sciolsi i miei capelli e mi pettinai un po'.

Che senso aveva prendersi cura di sè, in quel momento?

Ormai tutti i professoroni, sicuramente, erano già andati via: rimaneva quella presentazione, e non avevo nessun interesse a voler far colpo su un 'lui' che non conoscevo minimamente, e che dopotutto, essendo 'uomo' già per questo mi interessava poco.

Certo, dato il suo nome poteva essere italiano, per quanto il suo cognome non lo lasciasse intuire e la sua provenienza non lo confermasse, e allora avrei potuto chiacchierare un po' con lui, tornare ad esprimermi in quell'unica lingua per la quale non occorreva tra pensiero e parola quel tempo che permette a l'uno di cristallizzarsi, e lascia dunque che il verbo rappresenti solo concezione meditata e non percezione immediata.

Io non lo sapevo, ma quel finire di un giorno per la quale avevo messo da parte poche energie residue, avrebbe cambiato la mia, le nostre vite.

Torno a pensarci colma di un'affetto capace ancora oggi di commuovermi fino alle lacrime.

Per me che non avevo fratelli, per me che avevo odiato i miei genitori, per me che avevo sempre celato, accuratamente, quanto più potevo perfino ai miei amanti e alle mie amate, s'avvicinava l'incontro con quello per il quale sarei davvero stata nuda senza patire freddo nè provare vergogna.

Non desiderata, ma capita, non giudicata ma accettata ... e finalmente non più sola.

6 comments:

  1. La frase finale mi ha davvero colpito, ora mi incuriosisce molto sapere come continua! :)

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  2. Ciao Gio!
    Sono di corsa, come sempre... ma non potevo passare di qui, se non altro per lasciarti i miei aguri di Buon Anno!
    E un abbraccio.

    Ciao!
    Adriana.

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  3. Magari domani vado avanti a parlare di Vera allora :-)
    Mi serve l'ispirazione, per poter sognare ad occhi aperti :-)

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  4. Mia carissima Adriana, anche a te i miei migliori auguri, sei forte!!!

    A presto!

    Gio

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  5. Ciao Gio', grazie di essere passato e di mantenere il segreto!
    La suocera m'ha beccato, si e' fatta la traduzione Google! Ma ci credi?! :) Mi voleva mena'! Ho scritto un post in cui spiego! :)

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  6. Il terrore di ogni uomo (la suocera) incontra il terrore di ogni blogger (un conoscente che ti legge senza che tu lo voglia).

    Un doppio abbraccio allora Vittoria :D

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