Friday, 28 January 2011

La fatica


Sono stremato.

Ho avuto la stralunata idea di prendere la moto stamattina.

Avevo già provato a farla ripartire, un paio di settimane fa, e l'onesto monocilindrico non ne aveva proprio voluto sapere di fare il suo lavoro.

Stamattina tuttavia, fraintendendo per mite una giornata solo vagamente serena, in realtà gelida, sono sceso in garage con l'intenzione di andare al lavoro in moto.
Ostinatamente ho ignorato il borbottio per nulla beneaugurante del motore, e ho pensato bene di poterla far partire semplicemente mettendo, in discesa, la seconda.

Non mi dilungo ad elencare i dettagli circa il penoso trasporto di quei 140 chili dal mio cortile alla prima discesa disponibile, la meraviglia di scoprire che non era poi così pendente, lo sbigottimento di ritrovarsi, a motore spento, in un punto di sella, lo sforzo immane per recuperare la salita della strada principale.

Alla fine è partita, ma solo per spegnersi al primo semaforo, e lanciare segnali impossibili da fraintendere: diagnosi chiara, batteria scarica, conseguenza ovvia, sperare nell'intervento della dea dei motociclisti, che leggende metropolitane, mai confermate, di popoli giustamente estinti, narrano soccorra gli sventurati centauri nel momento del bisogno.

Ho atteso, sul ciglio della strada, per qualche minuto, e poi il freddo pungente mi ha consigliato di cercare aiuto altrove, in un amico in carne ed ossa, ad esempio.

Alla fine, ne è valsa la pena, nonostante i giramenti di testa, il gelo, e quella sorta di pudore che mi tiene lontano, definitivamente, da tutti.

Ieri sera pensavo al mio stranissimo rapporto con il dolore.

Da anni, ormai, non ho manifestazioni eclatanti del mio male, fiume carsico che un giorno riemergerà per allagare ogni cosa.

Il dolore che provo, dopotutto, non è quello del bambino, che quelle crisi renali bloccavano, nè quello dell'adolescente, immobilizzato dal migrare della malattia dal corpo alla mente.

Mi massaggiavo l'avambraccio sinistro: l'osso bruciava, subito sotto i muscoli, a ogni minima pressione.

E io avevo trovato, una volta di più, un'ancora che m'avrebbe tenuto, la notte, a pensare.

A qualsiasi cosa: alla bellezza, al contrasto, alla fatica.

E a me, pensare, piace.
Ha finito per consolarmi.

Aspettare l'alba rivivendo la lettura che mi ha accompagnato fin le prime ore della notte, prolungare, completare a volte, con il pensiero le atmosfere immaginate nell'ascolto di un'oscura sinfonia, proiettare nell'attesa l'infinito disegno che ho in mente, o forse nel cuore, e perfino costruire piccole dimostrazioni algebriche ... sono questi i tasselli che compongono la mia miserrima serenità.

Li giungo accompagnato dal male.

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