Friday, 14 January 2011

Immortali

Continuo la storia di Gilgamesh.

Di quello che mi è capitato ieri parlero' forse con gli altri, quando ci incontreremo di nuovo, tra otto anni, sul fondo del lago Titicaca.
E' una delle cose piu' divertenti che mi sia capitata negli ultimi tempi, sono sicuro che ci faremo quattro risate ripensandovi.

Che buffo: siamo tutti e cinque immortali, e, a parte il piccolo, tutti da migliaia di anni su questa terra, eppure ci conosciamo da solo cento anni circa, da quel 30 giugno del 1908 in cui lui, il piccolo, precipito' sulla terra.

Mi ricordo tutto come se fosse capitato oggi.

Io ero in un lazzaretto di San Pietroburgo quel giorno, in compagnia del mistico Rasputin, un essere misterioso che m'incuriosiva parecchio, e cui volli insegnare alcuni principi di magia accessibili agli esseri umani, come la resistenza al veleno e alcuni basilari poteri taumaturgici, quando percepii d'improvviso una vibrazione gravitazionale ad altissima frequenza: sentivo avvicinarsi alla terra una massa immensa a grande velocità, percepivo giungere sul pianeta da remote distanze siderali un corpo alieno e terribile.

Trasalii: già da secoli m'ero andato convincendo che la mia origine poteva essere extraterrestre.
Partendo dagli studi fondamentali di Newton, Laplace e altri, e intuendo già qualcosa di quelli di Einstein, avevo pensato di provenire forse da un pianeta remoto, sul quale le leggi della fisica avevano imposto condizioni di vita estreme, e quindi una resistenza, e delle capacità che, sulla terra, risultavano eccezionali.
Dopotutto, le trasformazioni tra spazio e tempo, il dilatare di un infinitesimo in infinito e viceversa, la relazione tra massa ed energia, idee sui quali perfino gli studiosi più illuminati avevano difficoltà concettuali, erano per me ovvie.
Allo stesso modo, i misteri di una fisica che a quei tempi era ancora lungi da esprimersi in equazioni, spazi vettoriali e operatori, erano privi d'ogni fascino perchè evidenti.
Anche per questo m'ero convinto che, benchè ne avessi perso memoria, io forse provenivo da mondo diverso, un mondo nel quale la famigliarità che i terrestri hanno con la forza di gravità si aveva per altre manifestazioni della natura.

Lasciai senza dir nulla Rasputin, non l'avrei mai piu' r visto, e in un attimo ero sul luogo del disastro, nella siberia selvaggia, a Tunguska.

Il paesaggio era sinistro, desolato, dominato da colori cupi, ed era quello un punto di singolarità nella taiga immensa, umida e verde che mi circondava per centinaia di chilometri.
Li, in quell'inferno, un'aria rovente consumava ancora piccole particelle di roccia o ossa polverizzate: se c'era stata vita, non ne restava traccia alcuna.
Quello che non era evaporato all'istante, era fuso, sminuzzato, ridotto a scala microscopica, e spazzato allora lontano da raffiche violentissime di vento.
Ai tempi non avevo ancora avuto esperienza degli effetti della tecnologia bellica del ventesimo secolo sulla natura, ed ero rapito, sedotto quasi da quella visione catastrofica.
Cammimando su un terreno vaporoso, quasi liquefatto e incandescente, puntavo nella direzione di massima temperatura.
Un cratere immenso s'era aperto nel cuore della terra, e una polvere sottile e venefica, goccioline d'acido, scariche elettriche m'avvolgevano mentre scendevo, lentamente, verso il mio destino.

Non ho mai conosciuto paura in vita mia, questa è la fortuna, o forse la dannazione, di essere immortali, in quel caso, tuttavia, provai un'emozione particolarissima, assieme di smarrimento e di speranza.

Io non ero come un uomo messo di fronte a qualcosa di inatteso: io ero la somma di migliaia di uomini, ed era quindi l'insieme di tutti questi esseri ad essere sorpresa in me.

Distratto dall'eccezionalità dell'evento, contemplavo uno spettacolo che non avevo mai neppure sperato di poter vivere, mi lascia sorprendere dal suo attacco.

Un arto viscido sbuco' fulmineo, piu' veloce del suono stesso, dal terreno bruciato: mi prese, quell'artiglio affilato, per il collo.
Non opposi nessuna resistenza, nè accennai alcuna reazione: emerse allora anche il resto di quella creatura orribile, simile in forma ad un piccolo essere umano, ma di consistenza gelatinosa in superficie, e piu' resistente dell'acciaio nella struttura portante, e irrigidendo i suoi muscoli mi proietto in alto.

Non so dire che altezza raggiunsi, forse qualche migliaio di metri: negli istanti in cui precipitavo, pensavo che forse quello sarebbe stato l'ultimo giorno per il pianeta terra.

Il mio impatto con il suolo fu terribile: finii conficcato per decine di metri nel terreno.
E non avevo alcuna fretta particolare per emergere: la mia mente, infatti, cercava di ragionare sul da farsi.
Avrei dovuto lottare, uccidere quell'essere?
O invece solo difendermi, e capire chi, cosa diavolo fosse quell'entità misteriosa?

Quando infine mi decisi a tornare in superficie ... era già tutto iniziato.

Erano li tutti ormai: il piccolo stava combattendo senza esclusioni di colpi con l'africano colossale, mentre lo Sciamano fluttuava senza posa, ad altissima velocità in aria, intento ad evitare i colpi della Tigre.
Attorno a noi divampava già il fuoco, e le vibrazioni dei colpi avevano già sradicato decine di migliaia di alberi.

Io, non sapevo che fare, non sapevo che pensare.

Che diavolo era successo, tutto d'un tratto?
Chi erano quegli individui?

Non ebbi molto tempo per riflettere.
La tigre infatti mi punto': in un attimo, mentre s'avvicinava, moltiplico' la sua immagine, e il suo artiglio da mille posizioni diverse ghermi' le mie carni.
O meglio, cerco' di ghermire: perchè a quel punto m'ero rassegnato alla lotta, e reagii.
Ringhio' l'immensa bestia, sorpresa, bloccata dalla mia presa, e il fuoco non bruciava il suo manto, nè ustionava la mia pelle.
La fase di stallo e di studio in cui eravamo finiti non duro' a lungo: l'africano carico' da sinistra, il piccolo da destra ... e ne segui' un'onda d'urto, un macello di proporzioni gigantesche.

Lo sciamano continuava ad osservare senza prendere parte alla lotta, ma di fatto con la sua presenza affliggendo tutti quanti.

Poi, a un certo punto ...

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