Sunday, 2 January 2011

Illuminazione

Torno alla storia di Vera. L'ultimo episodio è qui, mentre un'elenco completo si trova qui. Qui ne parlo in termini generali.

E ovviamente era proprio lui a presentare l'ultimo poster, quello a proposito del quale avrei dovuto informare il mio supervisore.

Appena me ne resi conto, mi rammaricai d'essermi rimessa a posto i capelli, e le mie guance si fecero un po' rosse quando lui, avendomi riconosciuta, mi rivolse, sorridendo, un breve cenno di saluto con il capo.

Complice anche la stanchezza, ma soprattutto a causa di quella situazione un po' buffa, non riuscii poi a concentrarmi immediatamente sul suo lavoro.

Presi invece ad osservarlo: adesso che era senza giacca, e l'avevo davanti a me, piuttosto alto, camicia rosa sbottonata alle maniche, pantaloni neri, attorno al collo una sciarpa di velluto, mi rendevo conto che era d'una magrezza inquietante.

Ogni tanto, mentre parlava, si sistemava un po' con la mano sinistra gli occhiali, e poi gesticolava, ora indicando con l'indice un punto nel vuoto, ora elencando uno, due, tre .. con pollice, indice ... e arrivato al tre invece che semplicemente aggiungere il medio, levava il pollice, con quello teneva piegato il mignolo, e lasciava le altre dita dritte.

Mi impressionarono su tutto proprio le sue mani: di così sottili non ne avevo mai viste in un adulto, e mentre mi convincevo che non poteva essere del tutto normale, i battiti del suo cuore, ad esempio, erano troppo rumorosi, mi preoccupai anche che fosse li li per svenire da un momento all'altro.
La sua pelle, dopotutto, era troppo opalescente per essere quella di una persona sana ...
Uno starnutò per di più lo scosse con violenza, piegandolo come un fuscello al vento, e ogni tanto capitava si fermasse, per pochi istanti, per riprendere fiato o stiracchiarsi un poco.

D'un tratto mi ricordai che io non ero li per fare una diagnosi medica a uno sconosciuto, ma per conto del mio supervisore, per il quale avrei dovuto scrivere una relazione circa quel maledetto metodo di calcolo di cui parlava e che, ahimè, un po' perchè imbarazzata all'inizio e scossa in un secondo tempo, non avevo davvero capito.

E poi lui correva a una tale velocità che alle volte faticavo a seguirlo, anche perchè il suo inglese era ancora contaminato da un forte accento.

Inoltre diciamolo ... aveva preso confidenza con una ragazza, che pure era li ad assistere alla sua presentazione, e con lei aveva iniziato un discorso troppo specifico perchè riuscissi a seguirlo proficuamente.

Ecco: così passò in fretta l'ora di esposizione, con me sempre in ritardo su quello che diceva lui, e con gli altri sempre lesti a prendere la parola prima di me.

Mentre cercavo di leggere da sola il poster, e non era facile visto che non potevo avvicinarmi troppo, lui era sommerso di domande, con le quali, lo confesso, non se la cavava poi male.

Mi meravigliò, per altro, che dopo quel primo cenno di saluto, fosse passato ad ignorarmi completamente, e che non sembrasse neppure cercare nei miei occhi lo spunto per una conversazione con me.

Mi evitava.

Anche questo era strano: lui, che in un primo momento, quel giorno sul tram, era rimasto li a guardarmi quasi estasiato, m'escludeva, e proprio allora che avrebbe avuto una scusa per fissarmi.

Era come se proprio non esistessi, e invece continuava a parlare con quella civettuola che tornava ciclicamente a ripetergli la stessa domanda in mille modi diversi ...

Terminò con il solito scambio di biglietti da visita, le solite promesse di risentirsi, di spedire articoli e dati, che già era tramontato il sole.

E io non avevo capito un bel niente, nè mi sentivo a mio agio a fargli delle domande, nemmeno se ormai, erano passate le sette di sera, e i corridoi, e la zona espositiva, s'erano fatte deserte, popolate solo dai pochi ritardatari e dagli ultimi.

Raccolsi dunque le mie cose, e mi misi un attimo in disparte, con la mia cartella già in spalla, pronta ad uscire, e con una strana sensazione ad agitarmi il cuore.

Cosa mi teneva ancora li?

Il senso di colpa per non essere riuscita completamente nel compito che mi era stato assegnato?
Una sorta di compassione per quell'esserino magro, dal passato incerto e dal futuro sicuramente fragile?
O forse mi bruciava l'essere arrossita poco prima, e volevo dunque dimostrarmi capace di guardarlo come guardavo tutti gli altri, squadrandolo con quel disprezzo che si riserva agli ingordi?

Oggettivamente, la giornata era stata, lavorativamente parlando, un successo: a confronto dell'ottimo report che avrei scritto a partire dai miei appunti, quella mancanza sarebbe stata solo un piccolo difetto.
E potevo io, che m'ero giurata d'essere forte, provare pietà per un altro, uno sconosciuto per giunta, quando non ne avevo nei miei riguardi?
E per quanto riguardava il mio essere arrossita come un'adolescente, ridimensionavo il tutto a un piccolo incidente giustificato dal concorrere di mille circostanze, una sciocchezza insomma.

Questo pensavo, eppure ero sempre li, e avrei voluto essere altrove, e però non riuscivo a decidermi.

Sentivo dentro di me l'unicità di quell'incontro: non ne esprimevo un giudizio in senso positivo o negativo, ma ero convinta che come fino a quel giorno non avevo provato quella strana, inquietante, sensazione, difficilmente avrei potuto averne esperienza in futuro.

Ormai eravamo rimasti in due: lui l'ultimo, il più lento a staccare il poster dai pannelli espositivi, e io, sempre in disparte, vicino alla porta, ancora confusa sul da farsi.

E poi, d'improvviso, ecco arrivare una sorta di illuminazione.
Finalmente capii cosa m'aveva colpito in lui.

Lui era fuori luogo ... proprio come me.

1 comment:

  1. Ciao Gio', passo per un abbraccio e anche per dire che per ragioni personali chiudo il blog per un periodo, ma continuero'a leggere i tuoi post e ti lascero' i miei commenti! Una delle ragioni, come puoi immaginare, e' che mi sono sentita malissimo per il fatto di essere stata letta in quel modo. Continuero' comunque a leggere il tuo blog! A presto e un altro abbraccio :)

    ReplyDelete