Monday, 17 January 2011

C'è qualcosa di più squallido?


C'è qualcosa di più squallido che tradire l'intimità di un'altra persona?

Ad esempio, andando a raccontare a dei semplici conoscenti, comuni, delle proprie performance erotiche?

Non credo.
Oggi, incontrando per caso dei tizi mentre aspettavo il bus per tornare a casa, l'ho visto succedere.

Non mi sentivo tanto nauseato dai tempi di Yolande, che è come dire dai tempi in cui ho iniziato a scrivere questo diario.

C'è solo una differenza tra il me di allora e quello di oggi.

Allora, era il giugno di due anni fa, mi sentii la terra venir meno sotto i piedi, ero tradito, perso, sorpreso.

Oggi nessuno può tradirmi, perchè nessuno mi è davvero amico.
Non posso perdere nulla, perchè nulla ho.
E non mi sorprende più niente: quello di oggi è solo disgusto, è un po' di rabbia per l'aver dato troppa confidenza, anche perchè un po' stanco, e non essermi reso conto abbastanza in fretta del tutto.

E oggi conosco la soluzione, e non ho nessuna paura a tirare ancora un po' di più la cinghia, a serrare ancora più strette le file, a non aspettarmi nulla di buono dal prossimo.

La mia etica, più della mia malattia, è responsabile delle mie più grandi sofferenze: tuttavia rivendico con orgoglio ognuna delle lacrime che ho versato, ogni attimo di dolore vissuto a causa di essa.

Io non cambierò, non adatterò il mio modo di vedere il mondo per non patire più: semplicemente sparirò, eviterò ogni contatto.

Non sono un eroe: la mia è una vigliaccheria, ma la preferisco a quella più sventurata del baratto del mio modo di intendere i rapporti umani con l'appartenenza a questo o quel branco.

E lo ammetto candidamente: le mie reazioni sono esagerate, degne di un adolescente più che di un uomo.
Sono sensate, probabilmente, per un essere con le mie esperienze, passate e quotidiane, ma non dovrebbero essere condivise da molti.

Io conosco solo me stesso, e male: degli altri posso solo dire che sembrano dolersi molto meno di me per queste cose, anzi, ne sono partecipi.
Io, dunque, sono, lo dico con tutta onestà, il reietto, il rifiuto, lo scarto di lavorazione nella mente quanto nel corpo.

Quindi resto, e resterò, il falco alto levato, o forse, più prosaicamente, la talpa che vive in gallerie sotterranee per paura delle luce del sole, per non scoprire d'essere, dopotutto, incapace di vedere e di vivere in superficie.

Sarà allora ancora indifferente, ignorato, emarginato, libero.

In una parola, uno.

4 comments:

  1. Splendido post!
    Splendido....

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  2. Che male mia cara!
    E che furore giu' a livello del muscolo cardiaco, e ancora piu' sotto ...

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  3. AnonymousJune 03, 2013

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