Sunday, 19 December 2010

Tu eri con me.

Glenn Gould, le Variazioni Goldberg.

E' stata una bella serata quella di ieri: mi sono trovato verso le 6 del pomeriggio con l'amica di cui ho già parlato diverse volte, e che è l'unica che ho conosciuto in questa parte di mondo in questi anni di studio e lavoro all'Università.

Mentre parlavamo del futuro che si fa incombente, mi rendevo conto che sarebbe davvero un peccato perdersi di vista, e che allora mi inventerò un modo perchè si possa rimanere amici, e poter ancora raccontarsi i propri sogni, discutere di letteratura e fumetti, e ridere, ridere a crepapelle.

Il freddo intenso di ieri mi ha però costretto, già verso le 11 di sera, a tornare verso casa, dove le ultime ore del giorno m'avrebbero regalato un po' di svago e di calore.

Mi sono addormentato stanchissimo, e non sapevo che Gould m'avrebbe accompagnato per mano in mille avventure diverse.

Nella prima sono con alcuni colleghi.
Dobbiamo recarci al settore 'F' del campus dove lavoriamo: li ci attende l'head del dipartimento per parlarci.
Nessuno di noi riesce però a ricordarsi di questo settore, nè quelli cui chiediamo lumi sono in grado di aiutarci.
Cercando di seguire una logica alfabetica, un mio collega insiste a farci controllare in una determinata zona, lontano da dove siamo, ma io intuisco che usando la stessa logica l'edificio potrebbe essere proprio dietro l'angolo.
Come per accontentare un bambino, e lo si fa solo quando non costa fatica, facciamo pochi passi nella direzione che ho suggerito e, indovinate un po', eccolo li il settore 'F'.

Entriamo, e l'ambiente non è più quello impersonale, moderno e freddo degli edifici nei quali lavoriamo: siamo in una casa privata, con pannelli di un legno scuro, forse castano, alle pareti, e mobiglio di uno stile ricco ma davvero troppo pesante.
Li ci attende il direttore: con grande sorpresa e un po' di fastidio scopriamo di essere stati convocati non per discutere di lavoro, ma per sostenere una sorta di esame.

Le risposte ad alcune domande andranno scritte a mano su dei fogli di tinte fosche, tanto da rendere illeggibili le nostre parole quanto già sono i quesiti, mentre per altre la risposta verrà formulata mediante piccolo adesivi colorati di diversa forma, tale per cui a forma e tinta diversa corrisponde un significato diverso, da appiccicare ai fogli.

Se credete che non sia nemmeno concepibile un'esame più complicato, aggiungo che le domande sono assurde ('In quale giorno della settimana il professor Teller tiene lezione di Biologia?') e quasi tutte in tedesco.

La cosa buona è che il professore se ne sta in cucina mentre noi, siamo almeno in quattro, facciamo il nostro esame tutti seduti allo stesso tavolino, tanto piccolo che è fisicamente impossibile non copiare e suggerirsi almeno il senso delle domande.

Finisce tutto senza nè vincitori nè vinti.

Un attimo, e mi ritrovo nel mio ufficio.

Uno dei nostri professori sta discutendo con dei colleghi: incuriosito dalla loro conversazione mi avvicino e vedo che sulla scrivania c'è il mio diario azzurro, quello di cui ho già parlato alcune volte. In quell'istante mi ricordo che è mia abitudine, decisamente non nella realtà, dare il mio diario agli amici.
E mi ricordo di averlo dato a Baol, un blogger che sicuramente conoscete.
Come sia poi capitato li, resta un mistero che il collega barese dovrà spiegarmi!
Sono sicuro al di la di ogni dubbio che quello sia il mio diario, riconosco una piega sulla copertina, eppure sono titubante ad aprirlo, a leggerlo.
Quando mi rendo conto che un altro potrebbe impossessarsi dei miei segreti, vinco i miei timori e lo agguanto.

Lo sfoglio: scritta in penna rossa, il colore con il quale si segnano gli errori, leggo la confessione di un'amica di Baol.
Dice, la ragazza, di essere rimasta stupita da un incontro con me, e di volermi conoscere meglio: mi rendo conto con sorpresa mista a rammarico che io di questa giovane donna non mi ricordo minimamente.
Di più: in quell'attimo m'accorgo che forse, nella mia vita, mi sono dimenticato di persone, e tra queste ragazze, donne, così, per distrazione, perchè correvo dietro ai miei pensieri, e non vedevo la realtà.

Perfino da sveglio quest'idea non mi ha del tutto abbandonato.

L'ultimo sogno è il più articolato, e tu eri con me.

Seguendo un ripido sentiero a gradini, da un villaggio ai piedi delle montagne, salivamo verso un bosco.

Eravamo proprio al limitare della foresta, tanto fitta che era nero il suo ventre, e freddo il suo respiro, quando, scendendo con passo incerto, un piccolo di cervo, magrissimo, pieno di graffi e chiaramente terrorizzato, si avvicinò a noi.

Immediatamente io lo agredii, cercando di mettargli paura agitandomi e facendo rumore: l'animale, spaventato, provò a tornare allora sui suoi passi, ma era talmente debole che inciampò e cadde rovinosamente.

Ti stupiva il mio comportamento, così cattivo e inatteso: allora ti spiegai che anche un minimo contatto con l'uomo avrebbe potuto condannare a morte quell'animale.
Contaminato dal nostro odore, sua madre non l'avrebbe più riconosciuto, lasciandolo perire di stenti: m'era sembrato naturale allora allontanarlo da questo pericolo, nel modo più efficace possibile per quanto brutale fosse.

Mentre così parlavamo, il piccolo cercava di mangiare degli aghi di pino, ma finiva poi per sputarli tutti.
Cercando di non toccarlo, convinti com'eravamo che senza un po' di cibo non avrebbe trovato le forze per risalire nel bosco, provammo con dell'erba, o delle bacche: niente da fare.
Era tutto indigesto per lui, e ormai s'avvicinava la sua morte, e a quel punto una carezza, sembrava invocarle, non sembrò più un peccato, ma un espediente per rendere la sua ultima ora un po' più dolce.

In quell'attimo, uscendo da un orto vicino noi che prima non avevamo notato, si avvicinò a noi Andrea Camilleri, lo scrittore: come ci conoscessimo da una vita, e invece io di lui so davvero poco, e lo ricordo più come produttore delle Inchieste del Commissario Maigret che non per Montalbano, parliamo del da farsi, e finimmo per convincerci che forse l'ideale sia chiamare la guardia forestale.

Adesso è tutto al presente, come se stesse accadendo ora ...

Mentre tiro fuori il mio telefonino, e cerco di immaginare un numero di telefono, tu barcolli un attimo, e quindi ti aggrappi a me.
Ti guardo in silenzio, fisso i tuoi occhi in cerca di un segnale: io non so cosa fare, non so quando, con te, dovrò capire che non sarà più un peccato, un errore sciocco smettere di pensare, non sarei comunque capace di nulla, e semplicemente ... beh, semplicemente stringerti un'ultima volta.
Ti riprendi subito, e torniamo allora, come se nulla fosse stato, a pensare a chi chiamare.
Forse potrà aiutarmi un cugino scout, lui saprà il numero dei forestali, o forse è meglio chiamare la Polizia di Stato ...
Sto guardando il display del telefonino, e non mi accorgo di quello che succede: è solo un attimo ed è sangue, urla, confusione.
Camilleri è steso a terra, in stato di semi incoscienza: sangue dietro la sua testa, terrore nei suoi occhi sbarrati.
Prendo il suo polso: c'è battito, e mi pare che stia ancora respirando.
Provo un massaggio cardiaco, e lui si riprende: ma ancora è affannoso, e sofferente.
Mi dice di chiamare un'ambulanza, e che si precipiti all'Hotel li sotto.
Sono attimi concitati: telefono ai medici, e poi cerco di tranquillizzare Cammilleri.
E' strano: il sangue che bagna il terreno non può essere il suo, perchè non ha ferite.
Lui non crede alle mie parole, sente che la sua ora si sta avvicinando.
Mentre così sono chinato su di lui, tu, sfiorandomi la spalla, catturi la mia attenzione.
Mi indichi un bambino: è uscito da un rudere dall'altra parte del sentiero rispetto l'orto di Andrea, e ci fissa in silenzio, immobile.
La sua pelle è di un grigio pallido e indossa solo la biancheria.
Gli dico di andarsene: non mi sembra proprio, quello, uno spettacolo adatto a un bimbo.
Non accenna un passo, e allora io mi alzo, lo prendo un po' sbrigativamente per un braccio e faccio per portarlo verso la sua casa.

A quel punto mi rendo conto che è fredda la sua pelle.
A quel punto mi rendo conto che è già morto.

Mi volto: il piccolo di cervo ormai cadaverico, tu, Camilleri steso a terra, in un lago di sangue non suo, e io.
Guardo dolcemente il bimbo e gli dico.
'Ok, puoi restare con noi'.

Le ultime parole le scambio con te, e le ricordo ma non le capisco.

2 comments:

  1. Ti guardo in silenzio, fisso i tuoi occhi in cerca di un segnale: io non so cosa fare, non so quando, con te, dovrò pensare che non sarà più un peccato, un errore sciocco smettere di pensare, non sarei comunque capace di nulla, e semplicemente ... beh, semplicemente stringerti un'ultima volta.

    bellissimo...
    Fede

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  2. La verità EuGIOnio è che io sono il tuo professore...

    A parte questo, gira roba forte lì eh? :D

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