Tuesday, 7 December 2010

Lo conosco già

Stasera sono stato ad un concerto.

E la musica, che in circostanze diverse avrei forse seguito con attenzione, era un semplice sottofondo a pensieri che non erano neppure sfiorati dalla pur pregevole interpretazione di quei giovani cantanti.

Come in quei giorni d'ospedale, il mio cranio era pieno di vertigini, e le lacrime non scendevano dai miei occhi a rigare un viso scavato dal vuoto solo perchè da anni mi sembra d'averle finite tutte.

Mi è arrivata stamattina una e-mail di Jennifer, una donna, una madre di Boston.
Uno dei venti messaggi che forse ricevo ogni giorno, l'unico che non ho potuto fare a meno di rileggere più volte.

Jennifer è una delle persone che conosco perchè iscritta a una mailing list, quella di riferimento per le persone affette dalla mia sindrome.

E leggendo quelle parole piene di disperazione, dove non c'è proprio spazio per la speranza, mi sono tornati alla mente i miei fratelli, quelli che non incontro quasi mai, per caso.

Mi è capitato solo qualche volta di incontrare dal vivo altri come me: tra questi, inoltre, ne ho visti davvero pochi nelle mie condizioni.
Io sono quasi sempre il piu' magro, tra i piu' scogliotici, tra i piu' malandati insomma, e questo nonostante la mia giovane età.

Jennifer è davvero triste oggi.

Non riesce piu' ad aprire la lattine, ad abbottonarsi una camicia, a tirar su una cerniera: la blocca la banalità del male.
E non puo' fare una sorpresa ai propri figli, decorando magari l'albero di Natale prima che arrivino: ha bisogno del loro aiuto.

Con la mente sono tornato all'unico incontro con altri malati che ho avuto in Italia, in una stanzetta male illuminata di un anonimo ospedale, dove attorno a un tavolo s'erano distrubuite poche sedie un po' alla rinfusa.
Avevo forse 25 anni.
Neppure tra quelle persone, le più simili a me, credo, per storia, riuscii a dire alcunchè di sensato: guardavo fuori dalla finestra, e sapevo che la mia schiettezza, il definirmi un orrido mostro - lo sono - il guardare fisso negli occhi - lo faccio solo per giocare o per dire null'altro che la verità - perfino il mio essere ateo - avrebbero fatto carneficina del ... non-so-che che albergava forse nei loro cuori.

C'era un signore distinto, sulla cinquantina.
Da fuori sembrava sano: forse un po' s'indovinava il male nelle sue mani lunghe e sottili, e in una certa magrezza.
Gli altri erano quasi tutti giovani: ricordo un ragazzo di almeno due metri, e una ragazza al cui cospetto io sembravo un nanetto.
Si capiva che qualcosa tratteneva l'uomo adulto dal dirlo ... ma quando la discussione divenne un po' piu' informale non si trattenne, e parlò di ...

'Qualcosa per la qualità della vita': non ricordo se fosse una domanda, o un'imprecazione la sua, di certo testimoniava il suo dolore.

Era ovvio: un male cronico s'era insidiato, chissà da quando, nelle sue ossa, ed erano fragili i tendini, e le articolazioni bastava poco per sentirle esauste.

Lo conosco già il mio futuro.
E' proprio quello di Jennifer, e di quel gentiluomo.

Già adesso, in quest'inverno peggiore del precedente, è un po' cosi.
Se tengo il telefono in mano per un po' di tempo, se resto seduto immobile qualche minuto, se m'appoggio su una superficie dura ... inizia a far male, e a volte il respiro sembra mancarmi, e le emicranie tornano ad essere frequenti.

La mia preoccupazione piu' grande è quella di perdere l'indipendenza: quella economica non è scongiurata dalla somma dei miei risparmi, ancora troppo esigui, e la rimanente sarà la mia tenacia, il mio accontentarmi di nulla a rintuzzarla indietro, spero a lungo.

'Non riesco a dormire, piango incessantemente, sento di non aver nulla per cui vivere. Ma che c'è di sbagliato in me?'

Io non lo so Jennifer.

Io, se il vile denaro me lo permetterà, mi chiudero' in me stesso ancora piu' di adesso, e non credo saro' depresso: soffrirò, e sarà davvero come trovare me stesso, per il semplice fatto che è il dolore che mi ha definito.
La mia traettoria è segnata: la mia attitudine, che chissà forse sembra scostante, illogica o incoerente, aderente a una regola, ed è in funzione del male, perfino nei giorni in cui il dolore è minimo.

Mi circondero' di libri, ne farò una palizzata tutt'intorno a me, cercherò magari di capire un po' almeno l'arte, non conosco nè la pittura nè la musica, e forse tornerò imprudentemente alla strana forma d'amore che si cela negli occhi di un cane bastardo, e poi un giorno tutto finirà.

Oggi ho sentito anche l'altro dolore, quel satellite che ruota attorno a me, e si avvicina e si allontana, ed è la fatica del vivere, l'aridità dei sentimenti, i miei soprattutto.

Eppure, se dovesse ricominciare tutto da capo, nello stesso identico modo, mi godrei ancora una volta la vita.
Anzi, forse riuscirei a fare di meglio.

Perfino oggi ci sono riuscito, in quei cinque secondi in cui ho incontrato Giulia, e ci siamo detti che, dopotutto, la mostra è ancora in città, e allora chi se ne importa se non ci posso andare con la bellezza dell'est.

E pensate forse che il mal di ginocchio possa fermarmi?

Io saro' andato, forse, al museo con Giulia.

E se avrà un prezzo ... sarà comunque irrisorio.
Perchè per me durerà per tutta la vita quel nostro pomeriggio, lo sai Giulia?

E mi gioverà il ricordo nei giorni grigi e pesanti, che diventeranno settimane vuote di nuova gioia e piacere.

E allora, in quel futuro che se vivrò sarà inevitabilmente difficile, io sorriderò.

6 comments:

  1. La tua testa è un portento!

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  2. Quando è avvenuto tutto ciò? Quando sei riuscito ad essere quello che sei Gio? Un abbraccio

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  3. Vorrei tanto regalarti un giorno felice o sollevarti un po' da quel dolore che ti affligge ogni giorno ma non sono in grado di farlo e di questo mi sento in colpa anche se non sei niente per me ed io non sono niente per te.
    Un giorno, per caso, siamo diventati amici e in nome dell'amicizia che mi lega a te io posso darti solo la mia comprensione ed il mio affetto!

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  4. Magari lo fosse Dautretemp :D

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  5. Qualche volta l'ho fatto :-)

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  6. Niente sensi di colpa Marisa :-)
    Almeno qui riesco ad essere me stesso.

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