Tuesday, 28 December 2010

Il toro bianco

Il sogno di questa notte è stato inquietante, ermetico, colmo di simboli, di rabbia e affetto.

In principio siamo io e i miei genitori in quello che mi sembra essere un immenso centro commerciale.
Siamo seduti attorno a un tavolo, mangiando qualcosa alla mensa di un primo piano con ampia veduta sul pian terreno, dove brulica un'informe moltitudine di uomini e donne, immersi in suoni e luci che mi danno la nausea.
Non riesco a cibarmi di quella poltiglia disgustosa che ho nel piatto, e allora mi alzo e mi metto a passeggiare per quell'immenso salone.
Di fronte a me vedo camminare una ragazza altissima dai capelli castani, corti, tenuti a caschetto.
Sta salendo dei gradini, due, tre, non molti di più ... e più si avvicina a me, più si fa piccola, e alla fine, quando giunge al mio livello, è alta poco meno di me.
Le guardo le mani, come faccio ogni volta che incrocio una persona che, per un motivo o per l'altro, ha alcuni segni del mio male: ma non sono aracnodattili le sue, ma anzi grosse e nodose.
Continuo a girovagare qua e la.
Con la coda dell'occhio noto un tizio, in abiti eleganti, che mi sta scattando una fotografia.
Io detesto essere fotografato perfino dai miei amici, figurarsi quando è un perfetto estraneo a cercare di rapire la mia immagine.
Mi volto e lo guardo: quello allora, facendo finta di nulla, volge l'obiettivo altrove.
Torno a dargli le spalle, e lui, immediatamente, ricomincia.
Io allora mi giro di nuovo, questa volta deciso a chiedere ragione della sua insistenza, ma ormai è svanito nel nulla.
Tutto attorno a me è ora confuso, e mi sento smarrito come se qualcuno avesse riavvolto, o fatto correre avanti, a tripla velocità un nastro: del chiasso di un attimo prima non resta traccia, e mi sento smarrito.
L'ambiente è lo stesso, ma fatico a riconoscerlo.
Attorno a me, stesi per terra in posture indecenti, più simili a scimmie che non a uomini, un numero di persone, a metà strada tra l'elemosinare non so che cosa e l'inveire concitatamente contro il Brasile, mi mettono a disagio.
In serata c'è in programma la sfida Italia-Brasile, e io so che in mezzo a quelle bestie rischierò parecchio, perchè una violenza distruttrice farà macello di tutto e tutti in caso di sconfitta dell'Italia.
Torno al tavolo dove ho appena finito di pranzare con i miei genitori: è deserto.
Mi affaccio alla balconata, e mi pare di vedere i miei, pure smarriti in mezzo a quello squallore, a quel chiasso, a quel sommo biascicare.
Li chiamo, ma senza speranza di poter essere udito, e invece loro rispondono, e mi tranquillizzo.
Il sogno prosegue con un cambiamento di prospettiva: ora non sono più io, Gio, ma sento di essermi impersonificato con un agente di polizia che sta indagando su quel misterioso centro commerciale.
Si è cercato da tempo di indagare su quell'enorme struttura, nella quale la gente entra e mai esce: molti investigatori sono stati inviati a capire la ragione di questo, ma nessuno ha mai fatto ritorno.
E allora mi convinco che quando gli addetti alla vendita si accorgono di avere a che fare con un agente di polizia, lo riescono a ridurre alla loro mercè o tentandolo con lusinghe sessuali, per gli uomini, o infondendo in loro una smania per le compere, per le donne.
Io stesso, l'io agente, mi rendo conto che i colleghi con i quali sono entrato in azione sono già parzialmente imbambolati e succubi.
Perfino io in verità non riesco ad agire secondo la mia ragione, che pure sento dentro di me, e che però è come imbrigliata e inebetita.
Mio fratello, il fratello di Gio, è accanto a me, e tutti siamo attorno a un tavolo.
Non è l'uomo di oggi al mio fianco, ma il bambino di cinque, sei anni, che capitava non stesse bene quando uscivamo a cenare.
Una vecchia, dall'alto di una scala, ci guarda sospettosa e intrigante, e quando mio fratello si alza per andare in bagno, lo segue con lo sguardo, smettendo un attimo di fissarci con tanta intensità.
Ecco l'attimo risolutore: come libero da un sortilegio, riesco a tornare in me.
Mio fratello, in bagno, è controllato attimo per attimo dalla vecchia strega, e io, non visto, riesco a colpire con la forchette i miei colleghi, ridestandoli da quel sonno in cui erano precipitati.
Mentre mio fratello ridiscende verso di noi, l'arpia cerca di blandirlo, ma con malignità, per innestare di nuovo il suo sortilegio.
Appena il piccolo di raggiunge, decidiamo cosa fare: sarebbe inutile, troppo rischioso cercare i nostri altri colleghi, capire cosa diavolo stia capitando in quello che, dall'interno, somiglia più a un lager che non a un centro commerciale.
Prendo allora mio fratello per mano, e a un cenno convenuto, ci dirigiamo verso l'uscita e, una volta all'aria aperta, corriamo, corriamo a perdifiato verso la libertà ...
In quell'istante torno ad essere Gio.
Che sorpresa: il luogo in cui eravamo imprigionati è la chiesa del mio quartiere, quella che, in questi giorni, ho visto di sfuggita un paio di volte, e nella quale non entro da anni.
La corsa continua fino alla via dove abito, e quindi, di nuovo solo, e tranquillo, lascio che sia un ritmo rilassato, lento, ad accompagnare i miei movimenti.
Alla mia destra, ecco le prime finestre della mia casa.
In alto, ad almeno tre metri di altezza, noto un citofono con targhetta in acciaio bianco.
Nell'iscrizione mi pare di leggere il nome di mia sorella: possibile che qualcuno sia stato così stupido da posizionare un pulsante di chiamata in quel modo?
Sotto la targa, una struttura in metallo: a una prima occhiata sembrano corna rivolte verso l'alto, qualcosa cui appigliarsi, penso tra me e me.
Mi sollevo, volando, un po', giusto per poter leggere meglio: il nome non è quello di mia sorella, e risponde al citofono un apparecchio che si trova giù in città, in Via Cavour 52.
Perplesso, continuo a camminare verso casa mia.
Sono ormai davanti al portone, e vedo in mezzo alla strada, avanzare lentamente, verso di me, un toro bianco.
La creatura è imponente, e tiene lo sguardo, fiero, fisso davanti a sè.
Da casa sta uscendo una donna anziana che non conosco: spaventato, le dico di tornare dentro.
Io stesso sono terrorizzato da quell'animale.
Assicuratomi che la donna si è allontanata, apro di nuovo la porta, per cercare ancora quella bestia che mi ha sì scosso, ma anche rapito con la sua bellezza.
E' sparito.
E' uno scalpitare di zoccoli a sorprendermi ora: un'enorme carro scoperto, trascinato da 6 o forse 8 bovini pezzati, bianchi e neri, si sta avvicinando.
Alla briglie un tipaccio vestito di scuro, con un cappello di quelli che si vedono nei film sul lontano west.
Sono disgustato da quello che vedo: stipate sul carro, decine di mucche, strette, in posizioni innaturali, tutte pezzate, soffrono mali indicibili.
Vedo il carro infilare il nostro cortile, quello dove teniamo le auto, e, incuriosito, lo seguo.
Alla vecchia falegnameria, ormai da anni abbandonata: ecco dove sono diretti.
L'immagine che segue è di grande effetto.
La segheria segue, lungo il suo asse principale, il perimetro di un grande giardino dove giocavo da bimbo, e che ora invece non è più di nostra proprietà.
Le pareti parallele al confine del giardino, nel sogno sono d'amianto come il tetto di quella vecchia e malandata costruzione, ondeggiano come un'altalena attorno alla gronda: vedo le mucche passare, rischiando di rimanere ferite, nella segheria, e quindi in giardino.
Mi stupisce il fatto che l'ampiezza di oscillazione non diminuisca con il tempo, ma anzi a volte aumenti.
Per un attimo penso che i cani del mio vicino, che sono spesso soli, avranno di che divertirsi con tutti quegli animali: allora, seguendo un piccolo cunicolo, mi avvicino, entro nel giardino, che tra l'altro è adiacente al mio, dove il nostro cane, la formidabile Ame, ormai stanca e un po' invecchiata, riposa.
Quello che mi attende è inimmaginabile: una fanghiglia, un'acqua torbida e scura ha invaso il prato, e sta affogando, come trascinato verso il basso da qualcosa, il piccolo Pluto con il quale gioco quando passo da quel cancello.
Guardo alla mia destra: la cancellata divisoria è stata divelta, e la mia Ame pure è in quel fango scuro ... che si fa d'un tratto rosso del sangue di Pluto.
Ed emerge la testa enorme del coccodrillo che l'ha divorato, e capisco che quel giardino è diventata una riserva di caccia di fanatici, e le mucche vittime, pasto di animali feroci non meno di quegli uomini.
Prendo un'ascia dal capanno degli attrezzi e, facendo a ritroso i miei passi, corro verso casa.
Cerco aiuto in mio padre: ma sta lavorando, e non può fare nulla.
Esco allora in giardino, nel nostro giardino: la cancellata, in modo alquanto approssimativo, è stata rialzata.

Ame però è ancora dall'altra parte, e io sono preoccupato.

Mi avvicino, e tutto si condensa in un istante.
Vedo uno di quei fanatici in divisa militare prendere un arco, tenderlo e scoccare infine una freccia che colpisce il mio cane ad un fianco.

A quel punto è finito tutto: non ho più paura, non dei coccodrilli, non di lui e delle sue armi, non di tutte le incognite di quel giardino fattosi savana.
Mi faccio strada verso quel criminale, con l'ascia salda in mano: non mi fermerà che la morte, la mia o la sua.
Ma nello stesso attimo vedo Ame, ferita, scattare con prodigiosa velocità verso il suo aggressore.
Non so dire se la ferita fosse solo superficiale, o se quello fosse l'ultimo esalare della sua forza.

Mi risveglio scosso, rabbioso.
E sento Ame piangere.

Negli istanti immediatamente successivi, cerco di fissare nella mia memoria i particolari di questo sogno: la chiesa, l'insegna, il toro bianco, le mucche pezzate ...
E mi viene in mente che ieri ho sentito, alla radio, che in Cina il bianco è il colore della morte, il nero della vita.
E allora forse quel toro bianco era già morto, e le mucche invece a metà strada tra vita e morte.

4 comments:

  1. Buon anno a te Mod :-)
    Tra un paio di giorni torno a casa.

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  2. Cordialità anche a voi illustre Baol!

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