Monday, 27 December 2010

Il ghiaccio e gli orsi

Erano dispute tra gatti sui tetti , l'abbaiare di cani abbandonati in giardini gelati, gli scoppi di petardi in piazze lontane a svanire lentamente mentre io m'addormentavo, ieri notte.

Mi ridestò poi il freddo pungente dell'alta montagna: l'aria attorno a me era rarefetta, e me ne stavo appeso in precario equilibrio, aggrapato con le mani al ciglio ghiacciato di un precipizio spaventoso.

Non ero solo: al mio fianco una mia cugina, che era li per stabilire un record mondiale per quella bizzarra disciplina sportiva che era proprio il percorrere, in quella posizione folle, spostandosi lateralmente con la sola forza delle braccia, il perimetro di un costone di quel monte inospitale.

La mia mansione era quella di giudice: ne seguivo le mosse, ma ripetendole di fatto.
Giunta al traguardo, lei guadagnò una posizione di agio, mentre io fui obbligato a ripetere, a ritroso, quell'impervio percorso.

Mentre tornavo al punto di partenza, tra me e me pensavo che io stavo ridefinendo un nuovo record, e che però nessuno ne era testimone, e che la sopravvivenza sarebbe stato il mio premio.

Arrivavo poi con fatica in un'ampia spianata: camminando, lasciavo profonde impronte nella neve, e a fatica m'avvicinai a quella che sembrava in tutto e per tutto una fermata della metropolitana.

Prendendo per quella direzione, mi ritrovai così in un ambiente curioso: attorno a una struttura cilindrica, con asse verticale, in ghiaccio, s'avvolgeva a spirale una scalinata a chiocciola, in metallo, rossa.
Qualcuno, io con loro, camminava su e giù per la scala, altri, con quella bizzarra pratica sportiva, scendevano da quel blocco gelido.

Raggiunsi quindi un gruppetto di persone che discutevano di fronte a un'ampia vetrata.
Fuori, un vastissimo, assolato campo erboso, e, oziosamente sdraiati qua e la, dei pingui orsi bruni che si godevano il sole e il caldo.
Tra i molti, riconobbi mio padre: qualcuno stava per aprire una porta, e io ero terrorizzato.
Ero certo che quegli orsi, da tranquilli si sarebbero fatti feroci, uccidendoci tutti quanti.
Mio padre cercò di rassicurarmi, e nel mentre la porta si aprì.
Non era stato uno di noi però a spalancarla, ma un presuntuoso, spocchioso e pieno di superbia giornalista: con il microfono in mano, indicando delle luci di scena, un palco, un autobus carico di inviati e giornalisti parcheggiato li, sul prato, ci ordinava di stare zitti.
Era inopportuna quella sua severità: anzi, non era neppure severità, era solamente prevaricazione, fuori luogo per giunta visto che non aveva nessuna autorità in quel luogo.

Mio padre, uomo di forte temperamento, stranamente, non rispose per le rime a quella impettita nullità.

Guardai un attimo fuori dalla finestra: gli orsi erano come indolenziti e impigriti, drogati e fiacchi, e facevano solo da sfondo e diletto per quella platea di potenti e soubrette.
Sorrisi.
Avanzai un poco nell'immensità del verde.
E in quell'istante sapevo già che quei terribili orsi che m'avevano spaventato, erano in verità in mio potere.
E io tuttavia non intendevo approfittare di questa ascendente: semplicemente li ridestai dal loro torpore, e li scatenai contro quell'arrogante e quegli squallidi turisti mordi e fuggi che con il loro chiasso, le loro luci, il loro autobus avevano osato disturbare la sacra quiete delle nostra montagna.

2 comments:

  1. Ammiro dei tuoi sogni non solo la "frequenza" con cui si presentano, ma soprattutto la loro complessità :)

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