Monday, 13 December 2010

Centomila ricordi

Mi tornano alla mente spesso alcuni dei miei centomila ricordi inutili: piccoli episodi remoti che chissà perchè mi sono rimasti nella memoria più di altri.

Ero in prima elementare, ed eravamo tornati nel nostro asilo, attiguo alla nostra scuola, per visitare i nostri vecchi amici, o per un altro motivo che non posso ricordare.
E li, tra i giocattoli dei bambini, riconobbi un mio camioncino, che avevo portato da casa l'anno prima e poi dimenticato.
Non provai neppure a riprendermelo: capivo già che la verità non sarebbe stata creduta, e che il mio gesto sarebbe stato travisato.
Dentro di me per la prima volta vedevo, per esperienza personale, la differenza tra la verità e la verosimiglianza.
Sicuramente questi paroloni non mi sarebbero entrati in testa prima di anni, eppure capivo, ne sono certo, questa fondamentale differenza.
Nel giro di qualche anno, avrei finito per convincermi anche che un altro si sarebbe potuto trovare nelle mie condizioni, ed avrei iniziato dunque a dubitare non solo di me come soggetto, ma anche come interprete della realtà.

In un anno delle scuole elementari, sicuramente non l'ultimo, frequentai un corso di disegno e pittura.
Ci trovavamo nel pomeriggio in uno dei laboratori al pian terreno, in quella misteriosissima sezione della scuola sempre al buio durante le ore di lezione e di intervallo, e li ci divertivamo con matite, tempere, acquarelli.
Una volta disegnai proprio il mio asilo, in bianco e nero, concentrandomi sulle grate metalliche delle finestre: la maestra fu piuttosto perplessa da quell'incrocio fitto di linee verticali e orizzontali, ma in qualche modo apprezzò il monte alto dietro l'edificio.
Due dei miei migliori amici, miscelando sapientemente i colori, ottennero la tinta 'oro', di cui erano molto orgogliosi e di cui non vollero assolutamente dirmi il segreto.

Giocando a pallone all'oratorio, sempre prima dei dieci anni, un giorno finii per rovinare a terra e graffiarmi malamente un ginocchio.
Era tutto sporco di sangue, ma non ne provavo un gran male.
La visione di quella ferita spaventò i più impressionabili, e mi garantì un'immediata aurea di rispetto.
Che sciocchezza!

Da piccolino ero un tenacissimo giocatore di football, e Platini era il mio idolo.
Mio padre, un autentico campione che sicuramente avrebbe potuto giocare in serie A (un suo cugino meno talentuoso di lui giocò contro il Maradona del Napoli stellare degli anni ottanta), era un avversario troppo forte per la mia tecnica goffa, e non c'era mai niente da fare contro di lui: ma giocando con lui in giardino mi impratichivo, imparavo trucchi, mettevo a prova le mie capacità.
Ed era poi quindi diverso e più facile con gli altri adulti, come ebbi modo di sperimentare.
Per qualche settimana mi allenai con la squadra del quartiere, doveva essere l'ultimo anno della mia infanzia, il 1988.
Durante un allenamento rubai il pallone al nostro allenatore che, in chiaro imbarazzo, mi redargui' con un 'Non si fa così Gio'.

Ma per quanto mi impegnassi, non ero mai in gamba come un mio compagno di scuola di un anno più grande di noi.
Lui, un ragazzo calabrese buonissimo, era semplicemente su un altro pianeta.
Palleggiava con naturalezza, dribblava con facilità, ed era preciso nel tiro.
Mi vergogno ancora, ma devo ammettere che almeno in un'occasione lo canzonai per la sua origine.
A quell'età non si sa neppure cosa sia il razzismo, ma si può essere stupidi lo stesso.
Furono lui e una ragazzina di cui dirò più avanti le uniche, credo, due vittime della mia stupidità di bambino.
Lui non si curò mai di quelle prese in giro, e non ho mai capito davvero come potesse essere sempre così buono con tutti noi.
Viveva in un vicoletto, li a destra, a fianco della sala prove della banda di quartiere.
Un giorno racconterò di quella volta che mia madre, sbucando da quella viuzza ...
No, non ora!
Un pomeriggio invitai il mio amico a casa mia.
Avevamo un grande giardino, e il mio desiderio più grande era quello di giocare a calcio con lui.
Ma lui non poteva resistere al fascino della mia bicicletta.

Al momento non capii esattamente cosa questo volesse dire, ma lo notai.

E' capitato rarissimamente di rivederci da adulti: io non l'ho mai riconosciuto (non riconosco mai nessuno), ma lui mi ha sempre salutato con autentico affetto.
So che lavora molto, e che è ancora buono, come lo era quando pazientemente sopportava le nostre, le mie, cattiverie.

Alle scuole medie, dove ho passato il periodo più difficile della mia esistenza e per la cronaca presenza del male e per la compagnia di persone mediamente aride e fanatiche, ero ossessionato dalle 'dimenticanze', delle piccole note sul registro che i professori distribuivano a chi dimenticava a casa un libro, un quaderno, o i compiti.
Mi imbarazza ammettere che un paio di volte chiamai casa per farmi portare quello che, ahimè, avevo dimenticato: era una piccola tortura psicologica quella istituita dal sistema delle 'D come dimenticanza' sul registro.

Ma non tutto era malvagio in quella scuola: ricordo con affetto una professoressa di geografia, che temo sia morta giovanissima, e poi un'insegnante di italiano che si sorprenderebbe forse di scoprirmi amante di quella lingua che da piccolo maltrattavo in ogni modo, un'altra di inglese semplicemente eccezionale, che qualche imbecille prendeva malignamente in giro perchè, se la memoria non mi tradisce, vedova e con una figlia piccola.
La giovane insegnante di storia magrolina e con gli occhialoni era un po' pazzarella: a quei tempi nevrotica e incapace di gestire una classe, la voglio immaginare oggi non meno folle ma più forte, e spero non abbia sacrificato al dio freddo di quella setta i propri sogni, i propri desideri.
La professoressa di educazione tecnica era in gamba, mi sembra assurdo credere che fosse una fanatica di quel culto distorto.

Continua ...

2 comments:

  1. Enno Gio, la Juve no peròoooooooooo

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  2. Accetto tutto ma non un Baol interista, t'avverto ... :D

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