Tuesday, 9 November 2010

Un ricordo emozionante e tragico


Ho ricominciato ad andare in moto nell'aprile di un paio di anni fa, dopo una lunga pausa di sette, otto anni.

Il problema per cui avevo abbandonato d'altra parte era risolto, la mia vista era finalmente adeguata, e le paure che mi avevano tenuto lontano mi sembravano insignificativamente piccole se paragonate alle angosce di tanti pomeriggi gelati passati a far nulla, se non pensare a lei, a quello che saremmo stati se ... e cosi via.
Oggi che non esiste nessuna lei, è solo un freddo diverso, quello cui siamo tutti sensibili, a farmi desistere di prendere la moto ogni giorno.

Nel giro di pochi mesi ero pronto per tornare in Italia in sella alla mia Divina Indifferenza.

Ero su una strada provinciale in Ticino, il cantone della Svizzera che, stringendosi man mano che si scende verso sud, confina con l'Italia.

Stanco, accaldato ma anche soddisfatto della mia impresa, assolutamente sconsiderata, già pensavo alle gite in moto che avrei fatto li, a casa mia.

E la mente correva alle strade che sarei tornato a visitare dopo tanti anni, alla sorpresa sui volti degli amici che mi avrebbero visto ancora una volta in sella a una moto fiammante, e nella memoria rivivevano episodi lontani: la prima volta che fummo sorpresi da un acquazzone, il primo incidente, le corse folli su e giu' dalle montagne.

Alla mia destra, un maneggio cintato.
E un cavallo indisciplinato, non rassegnato a vedersi confinato in uno spazio cosi angusto: lui, erede di progenitori che avevano coperto le immense distese dell'Asia, combattuto migliaia di battaglie, guadato fiumi in piena, conquistato interi continenti, non poteva certo starsene li, chiuso in un misero recinto.

Lui non era un ronzino, era un Catafratto, e non aveva paura di nulla.

Lo vidi alzare verso il cielo le zampe anteriori, superare con quelle la rete, quindi con un eccezionale colpo di reni ruotare attorno al baricentro, abbassarsi repentinamente sul davanti e sollevare prodigiosamente gli arti inferiori.

Duro' tutto un istante: era libero.

Libero, e su una strada provinciale.

Il traffico, comprensibilmente, impazzi': io lo seguivo da lontano, preoccupato per lui e per gli altri, ma anche emozionato, vinto dalla bellezza di quell'anacronismo.
Era senza controllo, per una volta in vita sua.
Cambiava corsia, e le auto contro mano inchiodavano per non travolgerlo.
Passando per un paese, si avvicino' a un motociclista immobilizzato dalla paura e si limito' ad annusare il suo casco.
Fermi su un ponte, raccomandai a un automobilista di chiamare la polizia, ma non aveva un cellulare con sè, e cosi continuava la fuga dell'imprendibile Catafratto solitario, che continuava a correre, la criniera scompigliata dal vento, e un tamburo impazzito al posto del cuore.

Lo seguii finchè non lo vidi prendere, trotterellando, una via laterale che saliva verso la campagna.

Nei giorni seguenti, cercai notizie di un incidente sui giornali locali: non ne trovai alcuna.

Quindi non ci fu nulla di tragico in questo episodio: fu solo meravigliosamente emozionante: quello del titolo è solo un inganno per tenere in suspense i lettori.

2 comments:

  1. Ma sei tremendo :D
    Però l'episodio è meraviglioso... mi piacerebbe imboccare una stradina di campagna e perdermi un po'!

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  2. Si, un po' lo sono :D
    Ti auguro di perderti un po' ogni giorno, mia cara Dautretempo :-)

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