Saturday, 6 November 2010

Un paradosso insopportabile

Vabbe, qui ormai si sta perdendo il senno.

I sintomi ci sono tutti: ripetitività, torno sempre sullo stesso concetto un numero infinito di volte, sbalzi d'umore, tanto che non so dire come sto 'ora', tic nervosi (non ne ho, ma forse dovrei iniziare a considerare tale questa maledetta abitudine a respirare), rivivere a memoria un passato che stento a riconoscere come mio, sogni che hanno le orride tinte dell'incubo o la malinconia dell'amore.

Ho conosciuto, perfino qui, qualcuno di non troppo normale.
Un paio, un ragazzo e una ragazza, soprattutto.
Anzi, solamente.
Nulla a che vedere con il mio modo di essere diverso, ma queste persone non potevano proprio confondersi con lo sfondo: erano diverse per qualità e quantità.
Le ho perse entrambe: una per colpa almeno in parte mia, avrei dovuto essere meno paziente e più schietto, cosa che ho imparato ad essere in virtu' dell'indifferenza recente, l'altra per colpa della mia mediocrità.

Potrei sicuramente essere in errore, ma se presto orecchio alle voci che girano, pare che entrambe queste anime, l'una in perenne pena, l'altra divorata dalla pazienza, siano state riassorbite dalla società e le sue regole.

Oggi sono appunto stato in ufficio fino a notte inoltrata.
Ho preso la moto per tornare a casa verso l'una e mezza: prima però di prendere per la collina, ho voluto girare per il centro.
Locali, pub: e quindi code di giovani ragazze bellissime e vestite in modo provocante all'entrata, donne eleganti accompagnate da manager in giacca e cravatta, qualche coppietta a passeggio lungo il fiume.

Non mi è venuto nessun attacco di panico, eppure mi sono reso conto che io non potevo essere in quella coda, dove sarei stato, e mi sarei sentito, ridicolo, nè a braccetto di una donna vestita alla moda, perchè il mio portamento sarebbe stato radicalmente diverso da quello di quei cavalieri, nè mano nella mano a passeggio con una ragazza, perchè mai ce n'è stata una, e deve pur esserci una ragione, no?

Metto sulla bilancia le mie conoscenze, quelle femminili, che sono le uniche che mi interessano: è dannatamente patetico da ammettere, ma io è scrivendo che sono entrato in contatto con le persone che oggi mi mancano.

Nessuna ragazza qui per me significa qualcosa: e se pure seguo con lo sguardo le forme perfette di Irina, e cerco il sorriso dolcissimo di Catherine, o immagino la malizia di quella francesina di cui non so il nome, la mia è una semplice, vacua attrazione neppure fisica, ma solo estetica.

L'interesse nei miei confronti, non mi sorprende minimamente, è nullo per ognuna, quando addirittura non ci sia fastidio o avversione nei miei confronti.

Nella mia mente metto a confronto questi fenomeni così diversi, e mi interrogo.

Ma allora o traspare dal mio quotidiano qualcosa di perfino peggiore di quello che sono, oppure le persone che possono essermi amiche sono una su centomila, e quindi non mi deve sorprendere che la distanza media si misuri in centinaia di chilometri, e che ci sia almeno un confine, ma anche due, o tre, da superare per arrivare da 'lei'.

Ho finito di lamentarmi?
Cosa diavolo penso di ottenere andando avanti così?

Si potrebbe pensare a una autocommiserazione.

Per carità: sono piuttosto oggettivo, nel bene e nel male.

Sono un orrido mostro?
Si: dal punto di vista fisico la deformità è evidente, la magrezza inquietante, e forse sembro portatore di qualche malattia contagiosa, e anche tossicodipendente probabilmente.
E poi c'è la debolezza, che mi condiziona, anche se meno di quanto si potrebbe pensare.
Un carattere comprensibilmente non facile completa, grosso modo, il novero dei cattivi attributi.
Ma d'altra parte sono abbastanza tenace, non proprio deficiente, ho un minimo di cultura e soprattutto riesco a far ridere chi è con me.

Lo dico a chiare lettere quindi: non sono nulla di essenziale.
Sono un meraviglioso concentrato di superfluo, e quindi un amante ideale, da affiancare a una vita tranquilla ma noiosa, un arcobaleno nel grigiore di un giorno qualsiasi.

Ti scriverei centinaia di lettere, disegnerei per te omini stilizzati, ascolteremmo un po' di musica, e ricorderemmo assieme le nostre passeggiate.
Pensa: tra una cosa e l'altra potremmo anche abbracciarci fino ad essere una cosa sola.

Fatti viva tu che è meglio, ormai io non sono più in condizione.

2 comments:

  1. Certo che agli altri, caro Gio, non rimane molto da analizzare o dire. Tu decidi cosa essere ai tuoi occhi e agli occhi altrui. Ci resta solo che leggerti no?! Buongiorno :)

    ReplyDelete
  2. Unisco con un tratto di penna i puntini ... nulla più ;-)
    Ed ecco cosa esce!

    A presto

    Gio

    ReplyDelete