Wednesday, 24 November 2010

Sant'Agostino, Dio, Wanna Marchi, io, tu

I miei proponimenti di scrivere qualcosa di sensato dovranno attendere prima di vedersi concretizzati.

Già riuscire a mettere assieme San Agostino, Dio, Wanna Marchi, me e te nel titolo è indice di un grave disagio: e lo confesso, il disagio c'è.
Qualche giorno fa una lettera della società che è proprietaria del complesso residenziale dove vivo, mi avvertiva che per i giorni 24 e 25 novembre ci sarebbe stata un'interruzione nel servizio di riscaldamento.
Eccomi dunque nella mia mansarda con due maglioni, due paia di calzettoni, collant, pantaloni pesanti e nonostante tutto dita infreddolite a battere sulla tastiera.
Mentre scrivo, nel forno un bel piatto di lasagne, che voglio mangiare fumanti: se sopravviverò allo shock termico, mi attenderà poi una notte davvero gelida, da passare con la cuffia della nonna in testa e sotto un numero spropositato di coperte.
Ieri sera riflettevo, complice una lettura prima di andare a letto, su Sant'Agostino.

Il mio rapporto con la religione è negli ultimi anni passato da conflittuale a indifferente: leggendo quelle parole che ho sottolineato da studente liceale, un tempo, 5 o 6 anni fa, avrei provato forse fastidio, per l'insito costringere la razionalità umana in una gabbia troppo angusta, oggi sento invece solo stupore, e quel 'Dio' di cui si parla mi sembra più assurdo che non esistente.

Ho ritrovato quelle due locuzioni celebri, tra le più significative di Sant'Agostino, sulle quali sicuramente anche da giovane ho riflettuto:

'Credo, ut intelligam'
'Credo, per capire'
'Intelligo, ut credam'
'Capisco, per credere'

Ovviamente mi sono lasciato sedurre dall'invito della critica, e ho cominciato a giocherellare con questi insegnamenti, con queste massime che hanno ispirato per secoli il pensiero dei dotti.

Per prima cosa le ho traslate dall'oggetto originario, Dio, all'uomo.
E quindi a Wanna Marchi, ma anche a me e te.

Ecco che finalmente quelle frasi, che se applicate a Dio non hanno secondo me alcun senso, perchè Dio non ne ha, trovavano finalmente nell'uomo la loro ragionevolezza.

Io credo per (poter) capire.
Se non ti credo, come potrò capirti?
Se non prendo per buono quello che tu mi dici, non ti capirò: e le tue parole saranno come neppure nella mia lingua, e paradossali e assurde, le troverò letteralmente incomprensibili.
Dunque: io ti credo in prima istanza.
E poco importa il fatto che quello che tu mi dici sia falso, un'invenzione.
Perchè li arriverà in soccorso la seconda massima di Sant'Agostino:
Io capisco, per (poter) credere.
Se una cosa non è comprensibile, non vi crederò che il tempo necessario per rendere esatto il mio giudizio di rifiuto.

Wanna Marchi: credo, non capisco, non credo.
Tu: credo, capisco, credo.

Semplice, no?

Mi affido al cuore (credo) e alla ragione (capisco): con esse non ho paura delle sabbie mobili, se pure vi capitassi per il mio cuore, la ragione mi condurrà viceversa oltre la apparenze e il sospetto.
E di la c'è l'Eldorado: l'inaccessibile a molti, è per altri a portata di ragione e cuore.

Senza cuore, la ragione è inaridita dal sospetto, è narcisistica e sterile.
Senza ragione, il cuore è avvilito dall'inganno, consumato dal nulla.

Adesso torno a battere i denti.
Chiedo perdono per il dilagante non-sense, ma qui fa DAVVERO freddo.

2 comments:

  1. Mah, sono una donna di passione che ama fantasticare anche sull'impossibile se questo serve a regalare attimi di serenità. Ma per le cose importanti ho bisogno di certezze che il trascendentale, in quanto tale, non può dare. Millenni di lobotomia hanno prodotto tutto l'orribile cui si reso artefice il genere umano. Le religioni andrebbero abolite, tutte.

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    1. Piu' che abolite, rigettate.

      Ciao!

      Gio

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