Saturday, 13 November 2010

Un sabato, il mal di schiena e Roberta Invernizzi

Ieri ho passato quasi tutta la giornata, in casa, a lavorare al PC: fino al tardo pomeriggio occupandomi delle mie faccende, i miei codici, i miei diagrammi, e poi nella serata per correggere un po' alcuni scritti di quelli che sono finiti nel mio diario.

Ne ho anche approfittato per mandare e-mail a una decina di case editrici tedesche nella speranza, folle e cui non credo minimamente, che siano anche interessate ad autori italiani.

Non ho particolari aspettative circa questo mio progetto: dal momento però che presto scadrà il mio contratto con l'Università, e che dovrò quindi cercarmi un lavoro, avere una qualche forma di rapporto lavorativo potrebbe risultare enormemente conveniente per tutta una serie di ragioni squisitamente pratiche.

Giunto alla sera, ho assaporato di nuovo, dopo un periodo singolarmente lungo di quiete, i miei vecchi mali: quello alla schiena, la cui assenza mi sorprende ogni volta, quello più insidioso alle ossa, minate da un'ostoeporosi che se non curata è piuttosto seria, e che forse non sto considerando con la giusta attenzione, e quello più significativo, la stanchezza, che in un giovane è una forma di male davvero avvilente.
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Non ho scelto a caso, o per stupire il lettore, quel verbo: 'assaporare'.
E' forse un po' simile alla Sindrome di Stoccolma il mio rapporto con il male: per certi versi questo, e solo questo, mi da un'identità.
E' scontato che questa rappresentazione di me stesso come infermo, come inabile e sofferente, sia assolutamente sconveniente, eppure intimamente mi conforta, mi da sicurezza il riuscire, nonostante questa insidia, a darmi da fare.

E quindi oggi, proprio perchè già dolorante, ho voluto fare gli straordinari con le faccende domestiche.

Al mattino ho iniziato un'opera di pulizia titanica, forse più ampia di quanto non richiedessero le circostanze: ho spostato mobili per me pesanti, ho strofinato, spolverato, pulito e asgiugato.
A ogni cenno del male, una smorfia di soddisfazione sul mio viso testimoniava la mia vittoria.
E se stanotte, quando sarò tornato dall'ufficio dove medito di passare qualche ora, mi sveglierò più spesso del solito, e se non basteranno quei lembi di coperta arrotolati sotto un fianco, penserò che dopotutto si riduce a ben poco il mio male.

In casa mi mancavano qualcosa per la pulizia, e quindi sono sceso in città, in autobus, per fare delle compere.

Qualcuno, in un giardino nascosto da una fitta siepe, sotto di noi che aspettavamo il pulmann, stava arrostendo delle castagne, e di quel buon profumo, misto al fumo sottile, passando oltre la cancellata severa di quella bella villa, si riempivano le mie narici.

Arrivato in città affamatissio, sono passato alla solita piadineria, e mangiando me ne camminavo per la città vecchia: ero incredibilmente indifferente a tutto, perfino alle ragazze.

Solo un paio mi hanno incuriosito: una se ne stava seduta in mezzo a tre o quattro valige, enormi, davanti alla Cattedrale, e le mancava giusto uno stuolo di fan adoranti per sembrare una rock star in visita alla città prima di un concerto; la seconda, schiena appoggiata a un lampione, gambe stese su un parapetto in equilibrio perfetto, cagnolino a seguito, leggeva un libricino e ogni tanto alzava gli occhi guardava i passanti.

Sono passato per una visita al grande negozio di musica, ove ultimamente faccio pochi acquisti, visto che ho ormai la casa piena di CD, specialmente di quelli da regalare ai miei ospiti, i quali insistono cocciutamente a non esistere.

Sono entrato con il mio solito incedere confuso: oscillavo tra la sezione classica e quella jazz, quando una bella ragazza, maglione color zafferano a scendere su forme generose, capelli castani lunghi e un lieve strabismo di Venere, quello che su di me ha sempre effetto, mi ha intercettato, chiedendomi se fossi alla ricerca di qualche di preciso.

Le ho chiesto di Roberta Invernizzi: con grande stupore non avevo mai trovato nessun suo disco in quel negozio, e forse avevo semplicemente commesso l'errore di non informarmi dalle commesse.

Siamo dunque andati assieme al reparto 'Cantanti d'Opera': nulla.
Approfondito controllo al terminale: nulla.
A questo punto di stallo, lei ha voluto provare la carta Google, pensando forse che m'ero inventato l'Invernizzi, Vivaldi e tutto il Barocco giusto per chiacchierare con lei (cosa saggia), e finalmente la trovò.
Incuriosito le ho chiesto se non la conoscesse già, e lei mi ha confessato, un po' in imbarazzo, la sua ignoranza.
Lei dunque mi ha suggerito di ordinare il disco di mio interesse, ma io ero li solo per un interesse generico, non avevo in mente un titolo preciso.
A quel punto le ho rivolto delle domande un po' grossolane (ami la musica? ami il barocco?) alle quali mi è sembrata rispondere affermativamente solo per amor di protocollo.
Quindi le ho consigliato vivamente di ascoltarla, perchè Roberta merita, è davvero brava e un po' folle.

Mentre così parlavamo tra noi, cercavo di leggere nella sua mente.

Sicuramente si sentiva un po' a disagio, vuoi per la lingua, vuoi per il mio fare un po' strano: ho smesso ormai da tempo di fare il ruffiano con ogni bella commessa che mi capiti a tiro, sia ben chiaro che quando lo facevo tutto si risolveva in un gioco chiarissimo, ma non conosco, non ho mai conosciuto, il codice da seguire, neppure nel caso del semplice rapporto cliente-fornitore, e allora cerco sempre di creare un'atmosfera almeno simpatica.

E lei, che forse dentro si rammaricava di essermi venuta incontro, cercava probabilmente, con la coda dell'occhio, di capire se la sua capo reparto, che forse per la fine della giornata avrebbe dovuto scrivere un report sul suo lavoro, e decidere se prolungare il contratto fino a Natale o no, la stesse controllando.

Tutto si risolveva, alla fine, in un parlarsi diverso dal consueto, e che ci teneva a mezz'aria, come sospesi tra la dimensione del lavoro e quella più informale della chiacchiera, ma quel discorso, pur deviato presto verso il giocoso, in un altro luogo non avrebbe mai avuto ragione d'esistere.

E' stato interessante perchè ormai inusuale.

Beh, forse sabato prossimo tornerò a cercarla.
Roberta Invernizzi ovviamente, che avete capito?

4 comments:

  1. giò tu lo sai che scrivi benissimo? lo sai vero? :)

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  2. Sempre sensibilissimo con occhi attenti e attratti dalla vita..
    baci giò

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  3. Angela, sei TROPPO gentile :-)

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  4. Tu l'hai detto benissimo Chiara: amore arrabbiato :-)
    A presto!

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