Thursday, 18 November 2010

Ricordi e altro

Uniformarsi al male: io l'ho fatto.

La malattia è entrata nella mia quotidianità, ed è finita per modellarla a sua immagine, e per impossessarsi delle mie abitudini, dei miei riflessi.

Anche ora, in questa lunga tregua armata tra me e il corpo, che ormai va avanti da anni senza bisogno di bisturi, ricoveri, medicazioni, e che forse cosi lunga non vivro' mai piu', ogni giorno sono rimasto ancorato al mio modo di fare, quello imparato, con le buone o le cattive, sempre zitto e a capo chino, negli anni della mia ultima infanzia, e poi dell'adolescenza.
E non è certo la quotidiana dose di mal di schiena, l'intermittenti emicranie, il pulsare di articolazioni infiammate a definire la mia vita, oggi, diversa dalla normalità.
Nè il mio essere deforme mi tiene lontano dagli altri quanto quello che ho attraversato e che non è rimasto solo in superficie, ma ha messo radici tenaci nel mio intimo.

Da bambino non troppo di rado, e poi da ragazzo sempre meno, accompagnavo mio padre nei suoi giri di visite a domicilio.

Alla volte aspettavo in macchina, ma spesso ero ospite di quelle case d'operai in cui un saluto in dialetto introduceva l'uomo prima del medico, e le mogli, o le figlie, stavano li in cucina con me mentre di la, in camera, paziente e dottore, malattia e medicina, si confrontavano, lottavano a volte, si rassegnavano altre all'ineludibile.

Ho moltissimi ricordi di quelle stanze poco illuminate, di quelle cucine povere, di quelle caramelle dure, vecchie e di cui sento oggi la dolcezza.
Delle poche parole scambiate tra un bimbo e un adulto sul dolore, la morte, il destino dell'uomo, ho fatto tesoro, o avrei dovuto farne comunque.

In quegli anni in cui ero un bimbo come gli altri, prima dell'ingresso di un protagonista, il male, nella mia vita, ho avuto del dolore, credo, un'esperienza sacra: gli adulti stesi immobili in letti sempre sfatti, i pigiami stropicciati di chi voleva alzarsi a tutti i costi per venirmi a salutare, ed erano pero' volti gonfi, rugosi, pallidi quelli che vedevo, mi parlavano di un demone che avrei conosciuto in prima persona, e che iniziavo già a rispettare.

Una telefonata in un giorno qualsiasi, una voce disperata che ti grida nell'orecchio 'Sta morendo, sta morendo!' ...
Non era l'idea della morte a sconvolgermi, ero un bimbo e non potevo averne un'immagine esatta: era il pianto disperato di quella donna a terrorizzarmi.
Scoprivo che i grandi, che non piangevano mai come invece capitava a noi bambini, e che erano sempre a un livello diverso dal nostro, con i loro noiosissimi film, i loro discorsi incomprensibili sembravano irraggiungibili ed eterni, erano giganti di cartone.
Se ne avevo sentito uno piangere una volta, allora tutti potevano farlo, no?
E allora la sicurezza nella loro solidità era solo un inganno.

Ho conosciuto la fragilità dell'uomo: in me si è amalgamata ad altro, il carattere, la fortuna, le mie qualità naturali, i miei innati limiti.
Si è propagata nel male del corpo, in quello piu' sottile, non meno terribile, dell'anima e con il tempo l'ho paragonata a quella di chi ho incontrato.

Potrei andare avanti a lungo a parlarne.
In futuro scrivero' di quello che ricordo: dopotutto ho iniziato questa noticina con un'idea ben precisa in mente, quella di un'immagine di tenerezza infinita, due casette sperdute nella campagna, tanto isolate dal mondo quanto i due malati che vi vivevano.

Ma adesso no.

Adesso devo per forza di cose, dopo essere stato in bilico su un abisso di ricordi per forza di cosa malinconici, ricordarmi di quanto sia bella la vita.
Non so perchè: io oggi voglio amarla.

3 comments:

  1. chissà perchè succede anche questo: quando la rabbia lascia il posto alla dolcezza, quando il dolore lascia il posto alla bellezza e quando il ricordo del pianto lascia posto al sorriso è come vivere daccapo... senza timore

    Joh

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  2. La vita e la morte convivono in ognuno di noi ogni istante della nostra vita. La malattia non è che uno spettro della morte. Eppure sta sempre a noi vivere o morire. Lo scegliamo ogni istante, sebbene inconsciamente. E' una scelta tra la creazione e la distruzione... E' un continuo combattere le tenebre con la luce... E' una battaglia che accomuna noi con chiunque altro sia vissuto prima o vivrà dopo...Ed è. forse l'unica cosa davvero in comune che abbiamo con ogni altro essere umano. Sono felice che tu abbia scelto di amare la vita. So che non ti sarà difficile. Hai tanto di quell'amore dentro da poter sciogliere le tenebre per sempre se solo scoprissi che puoi farlo...

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  3. Enrica, che piacere ritrovarti!

    Grazie dell'incoraggiamento: oggi, a parte un'emicrania insidiosa, sto bene, e mi sembra tutto possibile, perfino guardarmi allo specchio :-)

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