Sunday, 21 November 2010

Passato e presente

Dov'era?

Non me lo ricordo esattamente.

Forse in quel quartiere accovacciato, anzi aggrappato, su una ripida collina, e che come un nido d'aquila se ne sta a ridosso della verticale di un'immensa parete di roccia, protetto ma anche soccombente, e dove il sole tramonta presto la sera, e l'ombra della montagna s'allunga su ogni cosa quando altrove è ancora giorno.
Di quel quartiere in cui sono nato, e che nel sogno è proprio nella salita che si condensa, ho i ricordi confusi del bambino che ha visto poche volte il cimitero, la chiesa, i vicoli stretti su cui si affacciano case che per me sono qualsiasi, e che invece per il babbo hanno un nome, un ricordo: tornandovi da adulto comunque non posso fare a meno, libero credo da ogni pregiudizio e parzialità, di ritenere davvero singolare quell'intrico di viuzze, quel scendere e salire su ciottoli un po' scivolosi e un po' sconnessi, dove si parla ancora il dialetto e si tengono sempre accese le candele in involucri rosso trasparente per le scene sacre che puoi trovare nelle nicchie decorate.
In quella fiammella così debole eppure tenace c'è la visione che io ho di questi angoli di mondo. Insidiati dalla pressione delle città e dall'ingordigia del progresso come l'anima del fuoco dai soffi del vento, saranno protetti dalle proprie insidie : il buio, le salite troppo ripide, il freddo pungente e l'umidità che punge fin dentro le ossa.

E invece magari era in quel quartiere che si fonde lentamente con la campagna dove ancora i giorni e le stagioni sono regolate da abitudini e da riti antichi: in quel paesaggio punteggiato da fattorie e cascine, non da ville e condomini, il canto del gallo al mattino, l'abbaiare di cani da pastore, il lavoro fin dal primo mattino nei campi in primavera ed estate, l'escursioni nel bosco d'autunno per cercar le castagne, e d'inverno, quando la neve copre con il suo manto quell'angolo di un mondo che da comune è diventato con il progresso un'isola, le scie delle slitte, le impronte degli zoccoli dei cavalli, ti portano indietro, a una dimensione agreste ormai morente.
Con gli altri bambini dell'oratorio salivo a piedi dal mio quartiere fin li, dove almeno una volta all'anno, nel bosco, si raccoglievano e abbrustolivano al fuoco o alla brace le castagne. Qualcuno le distribuiva poi in sacchettini di carta, e si consumavano li, senza date di scadenza o additivi chimici. Per giungervi dal paese, ci si intrufolava, camminando verso l'alto, per vie strette e tortuose, seguendo dapprima gli altri muri di cinta protetti dal filo spinato di ville meravigliose o enti ecclesiastici non proprio accoglienti, e poi, man mano che ci si avvicinava, steccati e recinti, e finalmente siepi e la fitta vegetazione del bosco.
Dovevi stare attento a non andare oltre il capanno, li era pieno di ortiche più ostinate della tua fame, e qualcuno diceva che in quel rudere circondata dai rovi, ricordo una vecchia porta di legno dipinta di verde forse chiusa da un catenaccio, o era invece la mia immaginazione, ci fossero le vipere.

Perfetto, ancora una volta sono andato fuori tema alla seconda frase.
Vorrà proprio dire che di quelle due case che non ricordo più dove fossero parlerò un'altra volta.
Guardo fuori dalla finestra: è grigio e fa freddo, e le castagne giù in città hanno un prezzo, e non c'è fatica a scendere e salire in motocicletta, o in autobus.
Le uniche luci sempre accese sono le insegne luminose, e la pubblicità di un marchio d'orologeria non è diversa da quella di un Night Club.

Il punto di contatto tra il mio passato e il mio presente è nel silenzio, nell'inaccessibilità di quelle viuzze, nella scomodità di quel continuo salire e scendere: ma non è più un luogo fisico quello in cui mi ritiro.
Con i miei cani mi perdevo in quei luoghi di nessuno ... e parallelamente imparavo a farlo da solo, in un luogo qualsiasi.

Qui mi ha condotto Socrate non meno di Leopardi, e qui ritrovo il concerto per Oboe che sto ascoltando, e qui, qui solamente, la serenità di cui ho bisogno.

S'alterna all'esasperazione, allo sconforto della solitudine ... eppure questo chiudermi, per proteggermi ma anche per piacere, è la soluzione migliore che riesco a immaginare.

2 comments:

  1. Mi ha portato lontano il tuo racconto. Anche io spesso riporto alla memoria il luogo in cui sono nata e fa mele veder quanto sia cambiato adesso. Anche io forse sono andata fuori tema ma la tua descrizione mi ha toccata profondamente, anche la frase "chiudermi per proteggermi ma anche per piacere"

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  2. Essendo inospitale come quel paesino che scivola quasi tanto è ripido il versante sul quale è aggrappato, resto 'immacolato' ;-)

    Grazie delle tue parole Vittoria :-)

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