Thursday, 4 November 2010

Ornette

Samuel Coleman sgobbava giorno e notte per mantenere una moglie inferma e un figlio piccolo.

Spesso lo si trovava al porto, dove faceva un po' di tutto: già all'alba era possibile vederlo correre da un molo all'altro, caricare o scaricare, e la sera tardi sporco di grasso uscire da uno di quei rimorchiatori a gasolio esausti e pieni di ruggine.
Un giorno era nero di carbone, lui che già era nero di suo, un altro unto come un merluzzo sott'olio.
E non era solo li, su quei pontili, tra quei depositi immensi, che si dannava l'anima, negli inverni gelidi, come nelle estati afose.
Nei fine settimana spesso cercava qualche lavoretto per arrotondare: uomo di fatica, senza una vera abilità, si adattava a tutto quello che richiedesse forza e coraggio.

Quella volta l'avevano chiamato per svuotare la soffitta di un vecchio ebreo morto senza lasciare testamento: la padrona di casa l'avrebbe pagato piuttosto bene per disfarsi di quella roba inutile, e lui avrebbe potuto tenersi quello che desiderava.

Ma c'era davvero ben poco che valesse la fatica di portarsi via in quel locale umido e buio, nel quale nessuno doveva essere entrato da anni se non per abbandonare al proprio destino qualcosa di ormai inutile.
Samuel non sapeva davvero che farsene di un paio di vecchie poltrone troppo scalcinate perfino per casa sua, nè di un mucchio di libri, neppure di vestiti divorati dalle termiti.
Era inutilizzabile quella bicicletta scassata senza copertoni, terribili quelle pitture ad olio di lontanissimi avi chissà dove sepolti e avrebbe fatto a meno anche di quella polvere, di tutta quella polvere di cui si riempiva i polmoni.

Man mano che svuotava la soffitta, trovò però in un vecchio baule uno strano strumento musicale di cui non conosceva nè il nome nè il suono, ma che forse aveva visto in uno dei cartelloni pubblicitari in città.

Le sue mani grosse e tozze, use a stringere con vigore, ruvide estremità di braccia fortissime, tremarono mentre prendeva in mano quello strumento leggero.
Era il pensiero del dono che già lo commuoveva.
'Questo è per te, Ornette': pensava alle parole che avrebbe detto quella sera a suo figlio.
Non potevano permettersi regali in quella famiglia: i soldi erano sempre pochi, e finivano sempre tutti troppo in fretta.
Ma quella sera sarebbe stata diversa.
Non ci sarebbe stata solo la stanchezza di ossa ormai incurvate dalla fatica di ogni giorno, nè le poche, piene di pudore, parole scambiate con l'amatissima moglie, cui si disperava di non riuscire a garantire cure adeguate.
Quella sera suo figlio avrebbe ricevuto un dono.
Senza parole, che non le avrebbe sapute trovare.
I suoi gesti, lacrime avrebbero accompagnati.

In quella casa in cui mancava anche l'essenziale, sarebbe entrato un veicolo di emozioni: e per la gioia come per la malinconia, non ci sarebbe più stato bisogno di parole sconosciute, perchè il suono avrebbero preso forse forma, colore, consistenza.

Quella sera, assieme a quel sax, avrebbe donato anche una benedizione, per il suo figliolo: la benedizione per un futuro diverso.

E un futuro diverso attendeva davvero quel bambino un po' timido, educato dall'indigenza e temprato dal dolore di nome Ornette.
[tutto inventato di sana pianta ascoltando un suo disco].

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