Tuesday, 30 November 2010

La curiosità di Ulisse

Sono stato Ulisse stanotte: non solo in carne ed ossa, non solo avevo il suo nome i medesimi ricordi, gli stessi compagni, ma davvero, per la prima volta, ho capito quanto forte fosse la curiosità di Ulisse, perchè l'ho vissuta, e quanto difficile essere uno di fronte a una moltitudine, perchè lo ero.

Con i miei compagni stavo seguendo un sentiero che si snodava in un bosco intricato, ai piedi di un'alta montagna. Alla nostra destra, oltre il limitare del bosco, una sconfinata distesa erbosa a perdita d'occhio.

Nulla riesce a spiegarmi, dal di fuori, da sveglio, la nostra presenza li, in quell'ambiente cosi lontano dal mare, cosi remoto rispetto ad Itaca.

In qualche modo pero' il ricordo della mia missione (tornare in patria o altro?) mi spinse a un tratto ad abbandonare il sentiero e, seguito dai compagni, a scendere verso valle.

Uscendo dal bosco, alla luce del sole che tutto rischiarava, era impossibile non rimanere meravigliati dalla bellezza della natura: le pareti grigie, ripidissime e inaccessibili, che d'ogno parte limitavano l'orizzonte, mi sembravano toccare il cielo, e la superficie verde ai miei piedi era infinita e seducente.

Una forza misteriosa che albergava dentro di me, mi trascinava verso il basso, benchè a fatica si camminasse in quelle erbe alte e umide: ai miei compagni volli far credere che in quella direzione avremmo trovato le acque di un fiume che c'avrebbero permesso di tornare a navigare, a riprendere per mano il filo conduttore del nostro vagare.

In me pero' sapevo bene che non saremmo mai riusciti ad arrivare che in prossimità di un torrente, eppure volevo capire, e vedere l'ostacolo di cui conoscevo, o almeno percepivo l'esistenza ma non la forma.

Era forse un vortice furioso delle acque che c'avrebbe costretti a risalire, faticando moltissimo, fino al bosco?
O che altro?

Avanzavo in testa allo sparuto gruppetto di superstiti: loro erano pieni di speranza, e io invece non bravamo altro che vedere prendere forma il mio insuccesso.

Finalmente capii, e vidi: repentinamente il declivio si faceva troppo ripido, e alla terra ricoperta da quella vegetazione insidiosa si sostituiva una pietra ora liscia e ora fratturata, tagliente, sulla quale era impossibile avventurarsi.

Lo spettacolo era spettrale: in cuor mio ammiravo quel precipizio, avidamente ne contemplavo la natura sublime e spettrale, ma già i miei compagni tornavano a lamentarsi, a maledire la malasorte, a rassegnarsi a dover tornare nel bosco.

Due donne, con delle ceste di vimini cariche di vestiti appena lavati, si presentarono allora davanti a noi: erano quiete, accomodanti.

Ci raccomandavano di non osare sfidare quella parete di roccia, dove loro fratello, pur esperto e scaltro, aveva rischiato di morire diverse volte. Ci consigliarono inoltre di tornare sui nostri passi, e quindi svanirono nel nulla.

Rassegnati a dover ripercorrere a ritroso i nostri passi, ci incamminammo.
La salita era lenta e faticosa, incerti il nostro incedere... e il terrore apparve sui nostri visi quando ci rendemmo conto che il terribile, enorme Polifemo, da noi accecato e umiliato, era davanti a noi, su al limitare del bosco, circondato dal suo gregge.
Spinto dall'odio e dal desiderio di vendetta, c'aveva seguito fin li, deciso ad ucciderci tutti.

Qui il sogno si fa un po' confuso.

In qualche modo riuscimmo ancora una volta a prenderci gioco del ciclope, nascondendoci sotto una sporgenza rocciosa al suo passaggio: mentre lui, disperatamente, ci cercava nella radura, e finiva per precipiare, imprecando, nel precipizio, noi salivamo verso quella che doveva essere la sua casa.

Non deve sorprendere l'assurdo in un sogno.

La casa del terribile mostro era non diversa da una delle moderne abitazioni in cui noi viviamo: ci aggiravamo curiosi per quelle stanze arredate con eleganza, ci sentivamo finalmente al sicuro, pensavamo già di poterci riposare un poco.

Ma la nostra prudenza torno' presto all'erta: bestemmiando, ferito e furente, tornava il Ciclope nella sua abitazione.

La paura ancora una volta si impossesso' degli uomini: io solo riuscivo a mantenermi lucido: dopotutto dalla finestra della stanza in cui eravamo saremmo potuti scappare facilmente, non c'era bisogno, dunque, di darsi per vinti.

Prima di fuggire pero', la mia attenzione venne calamitata da un'altra casa, dirimpetto a quella di Polifemo.

La vedevamo dall'alto, circondata da un'alta siepe e delle mura dipinte di giallo.
Se ne scorgeva il giardino interno: sotto un portico c'era una tavola elegantemente apparecchiata, ma senza l'ombra di cibo, o di un altro segno di vita.

Suggerii agli altri di esplorare quella casa misteriosa, ma i miei compagni erano irremovibili: ne avevano abbastanza delle mie idee, e avevano già rischiato la vita troppe volte per seguirmi.
Cercai di sedurli: io ero vinto da un'idea.
Eccola, la curiosità di Ulisse!
Dovevo capire se quelli che vivevano in quell'abitazione erano piu' sapienti e intelligenti di me.
Non mi interessava null'altro: non mi curavo della loro eventuale accoglienza, non della loro amicizia.
Il pericolo della mia stessa morte era secondario a quel desiderio intensissimo, quella di confrontarmi con esseri egualmente o piu' intelligenti di me.
Ma per una volta assecondai i miei compagni, cedetti alle insistenze del loro piagnucolare.

E cosi non visitai quella casa misteriosa, che spero di tornare ad esplorare un giorno, da solo, quando non saro' circondato da esseri impauriti dall'idea dell'ignoto.

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