Wednesday, 20 October 2010

Vera e Gio


Torno alla storia di Vera. L'ultimo episodio è qui, mentre un'elenco completo si trova qui. Qui ne parlo in termini generali.

Andò tutto ottimamente al colloquio: a Berlino avevo lavorato d'altra parte molto bene, e con una pubblicazione già all'attivo, di fatto un distillato della mia tesi, partivo avvantaggiata rispetto gli altri candidati.

Di cinque che presentarono il loro lavoro quel giorno ad Heidelberg, non fui comunque l'unica ad entrare nel gruppo: anche un ragazzo svedese, un matematico, venne assunto, per un altro progetto.

Delle persone che incontrai durante quei tre anni, dei legami che strinsi, di quelli che sciolsi, a volte con violenza, mai pentendomene, parlerò magari in futuro.

Ora ho solo voglia di dire del mio primo incontro con Gio.

Ci siamo sentiti poco fa al telefono: una delle nostre solite chiacchierate al limite dell'assurdo.

E mi è tornato in mente quel giorno lontano ...

Vedo 'Gio is calling' e non posso immaginarmi mai cosa verrà fuori: forse saremo allegri entrambi, e allora rideremo a crepapelle.
O invece uno dei due sarà un po' giù di corda, e farà di tutto per nasconderlo, e invece l'altro lo capirà in due nanosecondi, e allora rideremo comunque a crepapelle, e con le lacrime agli occhi.

Non abbiamo mai vissuto nella stessa città, e ci siamo visti non molte volte dopotutto: qualche viaggio assieme, a volte di lavoro, visite di pochi giorni da me o da lui, o quella volta che, senza che me lo aspettassi, mi venne a prendere all'aereoporto, mentre m'aveva fatto credere d'essere dall'altra parte del mondo.
Ci siamo visti poco, ma ci siamo scritti decine, centinaia di lettere, sms, cartoline, e-mail, tanto da aver recuperato tutti gli anni di solitudine, ed essere ormai ... amici o fratelli?
Non lo so, non è facile definire un rapporto come il nostro.

'Buona sera a lei Verissima, mi dica: non era lei oggi sul 13, vero? Ho avuto come un de ja vu ...'
'Gio, che hai combinato? Non mi dire che ...'
'Esatto my lady, hai capito benissimo ...'
'Gio, non hai speranze!'

Oggi eravamo tutti e due allegri, che bello ridere, e non perchè si parla di cose sciocche, ma perchè ... perchè ci riusciamo lo stesso.

Torno indietro fino a un giorno di primavera, era il 19 marzo del 2007.

Non avevo abbandonato la buona abitudine di andare al lavoro in bicicletta, ma quella mattina avevo dovuto prendere il bus: portavo con me del materiale per l'ufficio, il portatile, un paio di libri ... troppa roba per due ruote!

Da casa mia, il bus passava dalla stazione centrale nella sua corsa per l'università.

E li, quel mattino, salì in carrozza, alla fermata HauptBahnhof questo ragazzo di circa trent'anni alto, magrissimo, inquietantemente pallido e chiaramente in difficoltà con il luogo.

Dal momento che portava in spalla uno di quei lunghi cilindri sottili nei quali gli accademici in trasferta mettono i loro poster, l'osservai un poco, pensando di poterlo aiutare: in mano teneva una cartina stampata in bianco e nero della città, ma non sembra davvero capirci molto.
Portandosela all'occhio cercava, in quella mappa disastrata, una vaga conferma a chissà quale sua teoria circa il tragitto da compiere.
Dopo un paio di fermate dovette per forza convincersi di essere sul giusto bus e di procedere nella giusta direzione.
Quindi, tranquillo, venne a sedersi, prendendo posto davanti a me.

Mi guardava.

Tra me e me all'inizio pensai 'Non sperarci cocco, neanche morta, avvicinati e ti polverizzo', eppure via via che passavano i minuti, iniziavo a provare anche una certa tenerezza: non sembrava un assatanato, più che altro mi pareva in contemplazione, quasi religiosa.
E dire che non ero vestita particolarmente bene, e dire che non mi ero truccata, nè ero pettinata al meglio.
Ero la solita Vera del lunedi mattina: di corsa, semplice, forse perfino un po' assonnata.
Lui non mi guardava, lui mi scrutava: per lui non ero semplicemente bella, ero misteriosa.
Se la cosa da una parte mi lusingava, ero anche un po' in soggezione, ma ho sempre accettato ogni sfida di sguardi e quindi presi a osservarlo pure io.
No: nessuno, nessuna mi aveva mai fissato così, nè io.

Sembrava volermi chiedere qualcosa, anzi: sembrava dire a sè stesso 'Questa è la tua grande occasione, non lasciartela scappare! Pensa, fai qualcosa, di qualcosa!'.

Arrivammo alla fermata dell'università.
Ovviamente m'aspettavo che anche lui scendesse li, ma niente: continuava a guardarmi.
E io, idem.
Quando il bus si fermò, mi alzai.
Lo fissai ancora più intensamente, quasi a dirgli 'Ehy, guarda che sei arrivato'.
Impassibile, continuava a starsene li impalato, con gli occhi rivolti avanti a sè, dove ero seduta io, quasi ipnotizzato.

Scesi dall'autobus per dimenticarmene.

Entrai in atrio, salutai un paio di colleghe, quindi passai al bar per fare colazione.
Così passò una mezzoretta.
Di ritorno di nuovo in atrio, lo vidi entrare: trafelato, con il telefonino 'Ma possibile che non prenda questo sciocco marchingegno?' in mano e ... e poi lo persi che si infilava un corridioio.

Ecco, questo fu il nostro primo incontro.

Era italiano dunque.
Confesso che l'avevo immaginato: era troppo disorganizzato per essere di una qualsiasi altra nazionalità.
Non vi pensai più quella mattina.
Ma il giorno dopo avrei cominciato a conoscerlo per altro che non i suoi disastrosi, amabili, difetti.
L'avrei conosciuto per i suoi disastrosi, terribili, difetti.
E così sarebbe iniziato il tutto.

PS: Non è così assurdo o patetico che mi inventi una 'Vera'.
Io 'Vera' la conosco davvero.
Solo che ha diversi nomi, e, in alcune delle sue rappresentazioni, lei non conosce me.

2 comments:

  1. Ci avrei giurato che sarebbe arrivato questo momento Gio :)

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  2. Lo aspettavo pure io ;-)

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