Saturday, 23 October 2010

I miei vecchi diari

Ieri ho dato un'occhiata a un diario che ho scritto tra il 1997 e il 2002 circa.

Vi ho letto un sogno assurdo, che potrei trascrivere qui un giorno senza fantasia.

Per diversi anni, dal 1991 al 1997 direi, ho scritto quotidianamente un diario: rileggo in quelle pagine l'ingenuità del bambino, che era capace di parlare di giochi e inezie come tutti gli altri, e in quelli dell'adolescente le ombre, i contorni sfumati di quello che volevo davvero esprimere.
Riempivo quelle pagine di banalità, per nascondervi dentro, forse un po' scioccamente, un nome, un sentimento, una pena.

Sono stato un ragazzo eccezionalmente timido: a questa attitudine hanno concorso egualmente la mia miopia e l'insicurezza che, per forza di cose, accompagna un diverso, un deforme, un emarginato.

E non riuscivo neppure in quelle pagine a scrivere la mia sofferenza: l'umiliazione d'essere visto a petto nudo, un giorno in piscina, da un compagno di scuola, cui si rivelava così, in un istante, il mio terribile segreto, quello che era scritto nelle mie ossa piegate sotto il peso del male, o la frustrazione di non poter vivere quello che il mio cuore bravama, o il terrore di essere compatito.

Di questo, in quei vecchi diari, non si parla mai.
E forse dovrei scriverne ora, prima che se ne perda traccia per sempre nella mia memoria.

Non c'è un giorno in cui stia davvero bene: quando non sono i farmaci stessi a darmi noia, oggi ad esempio sono extra-sistoli a iosa a infastidirmi, indotte forse dal beta-bloccante, c'è il mal di schiena, o qualche giramento, o fischi sinistri quando respiro.
Ma non posso davvero paragonare questi miei giorni a quelli che disintegrarono la mia infanzia, a quelli che adombrarono la mia adolescenza.

La differenza più grande comunque è un'altra.
Da bimbo prima, da adolescente poi ho subito l'isolamento: oggi me lo sono guadagnato.

Soffro molto la mia solitudine, e non sono la sciocca volpe che affamata disprezza l'uva.

Delle donne che mi ignorano e che invece mi intrigano, di quelle che si sentono a disagio con me perchè sono diverso e che trovo bellisime, di quelle che neppure mi prendono in considerazione come amante e che io invece stringerei tra le mie braccia adesso, patisco enormemente l'assenza nel mio letto, ma non al mio fianco.

E ammetto tutto: vince il mio orgoglio la frustrazione di non essere mia scelto, avvicinato per condividere qualcosa di intimo, il sesso, un segreto, e disintegra l'autostima il non essere neppure preso in considerazione tra quelli cui presentare un'amica single che cerca un nuovo ragazzo, o semplicemente un amico.

Sono indifferente, scostante, probabilmente odioso, sicuramente patetico.

Quando alle feste di compleanno o ai matrimoni di colleghi si invitano decine e decine di persone, ma non me, me ne convinco.

Eppure non riesco a soffrirne, non più di certo, e quindi a voler correggere la mia intransigenza.

Anzi, devo confessarlo - e questo si mi ferisce un poco - ne gioisco.

Perchè ... e forse inizio a diventare troppo superbo, fondamentalmente questo significa solo una cosa: non mi sto perdendo molto.

E se pure temo la superbia, dopotutto ho un'assicurazione sulla vita: il male, la malattia nella sua forma più scontata, banale, sfacciata.
Il male, quello che mi segue notte e giorno da sempre e che mi accompagnerà fino all'ultimo dei miei respiri, il male che perfino nei sogni spesso è protagonista, è come un demonio che mi tiene i piedi ben saldi a terra.

Di questo fantasma che non può celarsi al mio sguardo non mi libererò mai: e sarà li ogni volta che la mia superbia vorrà trasformarsi in arroganza.
Sarà li a umiliarmi ancora una volta, a tenermi lontano da chi amerò, sempre più egoisticamente s'intende: 'memento mori' ricordavano a Roma gli umili ai generali in trionfo, per ricordar loro la caducità del tutto, l'apparenza vile della gloria.

Ecco: quando penserò di essere unico perchè aristocratico, avrò una volta di più l'evidenza di essere unico perchè appestato, solo non perchè in un palazzo maestoso, ma perchè cencioso ospite dell'ultimo dei Lazzaretti.

Impara a soffrire Gio.

Questa è stata la lezione della mia vita.

Impara a soffrire in silenzio, non far pesare agli altri il tuo dolore, non pretendere che gli altri lo capiscano: questi i pilastri della mia etica di comportamento.

Se si esclude questo mio diario, segreto, continuo a soffrire in silenzio.
Non credo d'aver mai fatto gravare sugli altri le mie pene, se si escludono, ovviamente, i momenti di manifestazione acuta del male.
Ma se è vero che continuo a non pretendere che gli altri mi capiscano, ho deciso di disfarmi di quasi tutti.
Non sono superflui: sono dannosi.
Almeno per un po', basta 'altri'.
Mi mancheranno le chiacchierate sulla politica, sulla musica, la scienza, la filosofia.
Ma senza empatia io non ce la faccio più ad essere paziente, silenzioso, sereno.

3 comments:

  1. L'anoressia relazionale e' una forma di difesa.
    Ma forse la tua e' bulimia relazionale...
    Ti sei talmente ingozzato di questi " altri" che ora li rigetti...

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  2. Basta " altri", non basta " noi", vero?

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  3. Certo Dony :-)
    E comunque io sono sempre stato anoressico nei rapporti umani credo :)
    http://popolosodeserto.blogspot.com/2010/04/anoressia-sociale.html
    A presto!

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