Saturday, 2 October 2010

Heidelberg?

Torno alla storia di Vera. L'ultimo episodio è qui, mentre un'elenco completo si trova qui. Qui ne parlo in termini generali.
Gli anni che corrono tra il ritorno di Jennifer da quell'estate a Berlino e la mia laurea, gli anni della nostra amicizia, di mille incontri inutili e di pochi istanti indimenticabili, mi videro crescere lentamente: per me, che mi ero ritrovata donna all'improvviso, che avevo dovuto badare a me stessa da un giorno all'altro, si era compressa in poche settimane il periodo di maturazione che le mie compagne di università avrebbero vissuto in un intervallo di anni.

In quel dilatarsi di un tempo che non sapevo bene come riempire, e che dedicavo quindi soprattutto allo studio e al lavoro, mi abituavo soprattutto alla quotidiana convivenza con le diverse componenti di 'me stessa'.

Mi rendevo conto, piano piano, di essere al contempo due entità: avevo familiarità con una Vera attiva, loquace, intraprendente, e ne percepivo un'altra introversa, meditabonda, severa perfino.
E non era un avvicendarsi di queste due maschere la mia vita: occupavano entrambe, nello stesso istante, la scena.

Mentre rispondevo alle domande dell'esame di algebra superiore, mentre facevo ginnastica in palestra, mentre ero sotto la doccia: se da una parte ero quel corpo e quella mente che rispondevano in modo prevedibile, lineare agli impulsi esterni, d'altra parte ero anche qualcosa di diverso, un osservatrice di quel corpo e di quella mente che non sentivo più miei.

E quando mi isolavo dal mondo, mi rendevo conto di poterne fare a meno: dimenticavo, a volte per settimane, i miei desideri, soddisfavo solo i bisogni necessari, per abitudine.
Come un automa ben programmato, mi concentravo completamente sui miei compiti, e solo degli eventi fuori dall'ordinario, il pianto di una ragazza in metropolitana, un improvvisazione Jazz in strada, l'appariscenza esuberante di un corpo perfetto, mi ridestavano.

Tornerò a parlare di quegli anni: faccio ora però un salto in avanti, e mi rivedo appena laureata.

... In una fotografia che una scelta saggia o il caso volle in bianco e nero, siamo io, Jennifer e Pia. L'una non smise mai di essermi amica anche se ormai non eravamo più amanti, l'altra, a intermittenza, e sempre in modo un po' maldestro, si avvicinava, per poi allontanarsi di nuovo, proprio come io stessa facevo con lei.

Pia non è un capitolo chiuso nella mia vita, questo è certo.
O, al limite, è un capitolo che si è chiuso in modo decisamente insoddisfacente per me ... e per lei probabilmente.

In questa immagine in cui siamo ritratte mentre parliamo tutte e tre, loro non si frequentavano molto e dubito ci fosse interesse o astio reciproco, subito dopo l'acclamazione, è concentrato quasi tutto quello che quegli anni significarono per me.

I primi passi in direzione di un'altra persona, io e Jennifer, un senso di inadeguatezza e fragilità, io e Pia, e quell'esserino fragile, eppure così amabile, che ero io nella mia interezza.

Sullo sfondo si vedono gli altri ragazzi che quel giorno si laurearono, attorniati dai numerosi parenti in un clima festoso e lieto.
Ma quel giorno non mi mancò nulla: c'era il calore di tutta una famiglia numerosa, e non la relativa invadenza, in Jennifer, e il fascino decadente, quella malinconia così difficile da capire e che pure non potevo che accettare, quasi per fede, di Pia erano tutti, e solo, per me.

Il mio destino, intanto, si modellava alle esigenze e alle opportunità lavorative.

Già durante i mesi della tesi, grazie all'aiuto del mio ottimo relatore, ero entrata in contatto con un gruppo di ricerca dell'università di Heidelberg: non avevo mai pensato di intraprendere la carriera accademica, ma un paio di professori mi ventilarono l'opportunità di un contratto di 3 anni per un PhD, su un argomento non troppo diverso da quello della mia tesi.

Mi invitarono per una colloquio, per verificare la mia preparazione, illustrarmi il progetto, discutere dell'eventuale contratto.

Una settimana dopo la laurea prendevo così il treno che, puntando verso sud-ovest, avrebbe cambiato il corso della mia vita.

2 comments:

  1. Per me e' una sofferenza indescrivibile sentirmi prigioniera di un corpo e di una mente che non considero miei...

    Bene, e' il momento della svolta...

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  2. Cara Dony, fortunatamente io invece ormai mi sento libero.
    La gabbia esiste, ma ho scardinato la serratura, sono fuggito lontano :D
    Mi preoccupo solo di curarlo, questo si.
    A presto!

    Gio

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