Sunday, 8 August 2010

Si ricomincia!


La sua storia.
Volli farmi un piccolo regalo, per il mio nuovo anno.

In un mercatino dell'usato, trovai un modestissimo lettore portatile di CD, un lusso per le mie magre finanze.
Ovviamente, da solo poteva fare ben poco: occorreva la musica!

La musica ... era uscita dalla mia vita dopo il tragico deviare della mia esistenza dall'ordinario, e non ero più stata in grado di farvela rientrare, per pudore quasi.

Non avevo avuto, in quei mesi assurdi, l'animo adatto per accostarmi alla perfezione assieme fisica e metafisica di Bach, all'opulenza di Haendel, all'incomparabile genio di Mozart, all'allegrezza spenta di Beethoven, che non so perchè ho sempre accostato a Petrarca, nè, arrivando più vicini ai giorni nostri, all'impudenza gitana di Django o alle atmosfere ipnotiche di Miles Davis.

Prima della riapertura dell'università, un pomeriggio, me ne andai in centro, nel più bel negozio di musica con un'idea in testa: portarmi a casa un capolavoro.
Uno solo, che non potevo concedermi colpi di testa: anche se ormai riuscivo a pagare l'affitto senza troppe tribolazioni, non potevo certo escludere di dover affrontare qualche spesa improvvisa, e quindi cercavo di mettere da parte il più possibile.

Mentre camminavo tra quegli scaffali ricolmi di capolavori pensavo tra me e me che forse la mia sarebbe stata semplicemente un'attesa.
Un'attesa per qualcosa, per qualcuno, di cui in quel momento non avevo idea alcuna, ma che forse, chissà, esisteva.

Se fosse stata una intuizione del mondo, l'amore astratto per un concetto, la mia presenza in quel luogo si giustificava: avrei forse colto l'illuminazione proprio grazie allo stato di grazia nel quale ci proietta l'arte. La musica, in quel caso, ma forse invece la scienza, o la letteratura, o ... altro.

E se fosse stata una persona, essa esisteva già, e come me forse amava con la medesima passione Shimley Rumsey e le sue struggenti interpretazioni rinascimentali, o leggeva avidamente i romanzi della mia Yourcenar, e si perdeva in musei che io non conoscevo ancora, e dei cui tesori m'avrebbe raccontato, e io avrei così visto nella mia mente il giallo di Van Gogh, o il blu di Picasso, o il pallore delle anatomie vivisezionate di Schiele.

Alla fine mi risolsi: scelsi Glenn Gould, le variazioni Goldberg, la registrazione del 1955: Bach, e il suo più grande interprete.

Ammiravo Glenn Gould, ovviamente, come pianista: ne invidiavo il genio, tanto estremo da portare a una lieve pazzia, e credevo, e questa era la ragione della mia invidia, a vivere in simbiosi con la propria arte, la propria perfetta arte.

Mentre andavo verso la cassa, con il mio piccolo regalo, mi torno' alla mente un episodio di un paio d'anni prima, quando ero ancora, dopotutto, ricca, e frequentavo la bella società.

A una festa di compleanno di un mio compagno di scuola era intervenuto un pianista.

In una delle numerose pause, mentre gli altri ragazzi bevevano o scherzavano, m'ero avvicinata a lui, e avevamo iniziato a parlare.

Non ho mai davvero imparato a suonare uno strumento, e forse proprio per questo ho sempre trovato delizioso discutere con i musicisti, per quanto spesso questi non siano altro che delle macchinette unineuroniche*, come d'altra parte i rappresentanti di qualsiasi categoria umana.

In quel caso comunque il pianista, un ragazzo squisitamente mite, mi piacque molto: parlammo a lungo, e alla fine ci trovammo proprio a discutere di Glenn Gould, e di cosa, ancora, lo rendesse unico.

Una mia compagna di scuola, una ragazzetta che non sopportavo, tanto vanitosa quanto stupida, figlia di un ricchissimo industriale italiano, s'avvicinò a noi con l'unico intento di monopolizzare la scena.
Dopotutto io stavo parlando con il pianista, e doveva essere lei, la principessina, a primeggiare su tutto, con tutti.
Non era neppure gelosia, o invidia la sua, era semplice e infantilissimo egocentrismo, necessità d'avere almeno la parvenza, per gli occhi suoi e degli altri, dell'attenzioni altrui.

Fece irruzione nel nostro discorso con l'inusitata foga tipica di chi non ha nulla da dire ma riesce lo stesso a riempirsi la bocca di un sacco insulsaggini.

C'è gente che ha questa sorprendente capacità.

Interrompendo il nostro discorso, esordì:
'Noi ci siamo già visti a qualche concerto, vero? Era forse a Villa Poggi l'estate scorsa? Deliziosa vero? Si è sposato mio cugino con la Contessina Vasay'
mi sembrò il minimo fare le presentazioni a quel punto
'Daria Cozza, Horace Rumpole'
'Cosa stava suonando signor Horace? Un valtzer?'
'Veramente signorina Cozza era un notturno di Chopin'
'Certo, ora ricordo: ci siamo visti forse alla festa della Croce Rossa. Ma di cosa stavate parlando?'
'Daria, io e Horace stavamo parlando dei nostro pianista preferito'
'Si, anche io ho un pianista preferito ... non ricordo il nome ... è uno un po' pazzo che si mette a cantare durante le registrazioni. Filiberto, il mio fidanzato, mi ha detto che è il miglior pianista di tutti i tempi, e non ci crederete, ma è un matto!'
Non era neppure stato necessario scambiarci uno sguardo per intenderci.
La lasciammo continuare un po', quindi aggiunsi:
'Ah, forse ho capito a chi ti riferisci ... Oscar Wilde, vero?'
'Si, mi pare fosse proprio Oscar Wilde' continuò sicura di sè, quasi orgogliosa di conoscere un nome,
'Beh si, Oscar Wilde è anche il mio pianista preferito' concluse Horace, un attimo prima che un'altra ragazza chiamasse Daria per una foto.

M'avvicinai ancora a Horace quando stava per ricominciare a suonare, e gli mormorai qualcosa nell'orecchio.
Nella stanza tutti erano un po' annebbiati dall'alcool, nessuno faceva caso alla musica.

Horace si rischiarò la voce e annunciò alla platea distratta

'E ora, una dedica speciale alla signorina Cozza: suonerò questo Valtzer nello stile di Oscar Wilde, io suo pianista preferito'

Beh, alla fine eravamo contenti tutti: contenta lei, che non si sarebbe aspettata un simile riconoscimento pubblico, contenti noi due ... che ridevamo sotto i baffi, di gusto, mentre Horace, suonando, canticchiava aforismi di Wilde sulla rapsodia in Blue di Gershwin.

Ecco: decisi in quell'istante che il test 'Glenn Gould' l'avrei usato in futuro per distinguere gli amici ... beh, dalle cozze.

Mentre scrivo questa pagina del mio diario, con le note di Bach a riempire la mia stanza, guardo un po' malinconia questo vecchio CD, il suo librettino ormai logoro, i bigliettini scritti dalle persone cui l'ho prestato di volta in volta, e cui chiedevo un pensiero, anche solo due parole.

E scritto a matita, nella sua calligrafia sempliciotta, m'emoziono ancora a leggere ...

'Glenn riesce davvero a esprimere la perfezione assieme fisica e metafisica di Bach, non trovi anche tu, Vera?'

La malinconia è dolce quando si patisce la lontananza e non l'assenza.

* Copyright di Marisa :-)

4 comments:

  1. Pensavo ti buttassi sulla lirica ;)
    C'è sempre una cozza logorroica di cui ridere a piena bocca in tutti gli angoli del mondo...

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  2. Mia cara, la lirica costa troppo :D

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  3. Il test "Glenn Gould" mi relegherebbe senza pieta' nella categoria delle cozze...

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  4. Cara Dony, sono il primo a non sopportare i sapientoni pedanti ;-)

    Quello che potrebbe offrire chi non conosce a menadito un'opera è un genuino, privo di pregiudizio, punto di vista.

    Pensaci e ti convincerai che puoi dire tu qualcosa di più autentico di Gould che non chi lo studia da sempre!

    Quello che conta è la libertà, e credimi, ci sono sapienti schiavi delle proprie stesse definizioni.

    Sapevo che si sarebbe potuto fraintendere questo messaggio: il 'test' non è sulla cultura, che è sempre modestissima, ma su qualcosa di molto più difficile da cogliere, perchè non si può leggere sui libri.

    Un abbraccio

    Gio

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