Thursday, 12 August 2010

Io e Jennifer



Continua la storia di Vera. La prima puntata è qui.

Jennifer è stata la mia prima amante.

Durante il primo anno di università, l'avevo appena notata.

Non era 'una dei tre', e quindi non avevo avuto modo di conoscerla davvero: durante le lezioni se ne stava in una delle ultime file, e non interveniva mai, neppure quando capitava che si facessero esercizi tra studenti.
Non aveva il fascino misterioso di Pia, nè tanto meno la straripante energia di Karl, figurarsi poil e spiazzanti uscite di Joseph.
E se già avvicinarmi a questi tre matti m'era costato, non vedevo una sola ragione per andare oltre il solito 'Ciao' di circostanza con lei.

A una prima occhiata, mi era sembrata in effetti una ragazza piuttosto amorfa, apatica, ma nel senso sconveniente del termine, quello riconducibile non alla dottrina stoica ma alla freddezza calcolatrice di chi non vuole sprecare risorse.

L'avevo vista, diverse volte, camminare, mentre io correvo in bicicletta, lungo la strada che dalla fermata del metro' portava al dipartimento.

Mi piacciono istintivamente le persone che, mentre passeggiano, tengono una mano sul fianco, o si guardano attorno, fosse anche per seguire con gli occhi le forme provocanti di una bella ragazza, o lasciano le braccia libere di dondolare un po', o, perchè negarlo, ondeggiano in un portamento decisamente sensuale.

Lei era nulla di tutto questo.

Come un soldatino in marcia, sguardo fisso avanti a sè, eppure perso nel nulla, nel suo cappottino grigio a brevi passettini si faceva strada dedita, si sarebbe detto, a seguire una linea di minimo costo.

Ho sempre avuto la mania di affibbiare nomignoli alle persone che incontro: per lei avevo pensato a 'principio di minima azione'.

Durante il secondo anno comunque ebbi modo di conoscerla un po' meglio.

Avevo avuto l'idea, perfida, di torturare uno dei miei spasimanti: avevo chiesto a Jurg, un nostro compagno di studi, ragazzo carino ma non molto brillante, di passare un pomeriggio assieme.
Anche in questo caso l'obbiettivo era il solito: smontare ogni idillio che s'era creato nella mente, riportarlo coi piedi per terra, dargli il due di picche senza che se n'accorgesse.

Anticipare la sua prossima mossa insomma, visto che i precursori della struggente dichiarazione li avevo già notati tutti: e-mail per chiedere se potevamo vederci per studiare assieme con in allegato frasi un po' sibilline, regalini di ringraziamento, un invito in mensa per un caffè.

C'eravamo dunque dati appuntamento in centro: lui v'era arrivato con l'abito buono, profumato, ben rasato e pronto per la sua grande occasione, io invece ero decisamente piu' casual.
Immaginate la sua sorpresa quando gli proposi, e quando propongo di fatto impongo, una visita al Deutsches Technikmuseum Berlin, il Museo della tecnica di Berlino.
Uno dei luoghi meno romantici dell'emisfero boreale, credetemi.

Ce ne stavamo nel Luftfahrtabteilung, l'ala del museo dedicata all'aviazione, quando, mentre ammorbavo il povero Jurg con i dettagli del Junkers Ju 52/3m, ci trovammo di fronte a Jennifer, che se ne stava, da sola, con il naso all'in su a guardare davvero, e senza costrizione, quei velivoli.

Non si accorse di noi.
La chiamai.
'Ehy Jennifer! Ma tu che ci fai qui?'
Tornata coi piedi per terra, che la mia piccola Jennifer doveva proprio essere con la testa nelle nuvole, assieme a quegli aerei, mi guardo'.
Era li per li per una frase di circostanza.
Ma poi vide anche Jurg, dal quale m'ero allontanata un attimo per avvicinarmi a lei.
Farfuglio' qualcosa.
Stava arrossendo, e lo sapeva benissimo.
La sua compostezza era svanita, non era piu' la Jennifer freddina e dopotutto inutile che avevo conosciuto fino ad allora.
Ci saluto', augurandoci un buon week end e se ne ando'.
Era mercoledi.
La rividi, da lontano, comparire qualche minuto dopo, chiedere qualcosa, forse la direzione per l'uscita, a un addetto.
E aveva detto bene: buon week end, visto che fino al lunedi seguente non torno' a lezione.

Lunedi era tornata, ed era la consueta Jennifer. Quella che si liquidava con un 'Ciao'.
Martedi pero' lasciai a casa la bicicletta: volevo prendere il metro' con lei di ritorno dall'università.

Durante le lezioni, al solito, non avevamo avuto occasione di incontrarci, ma, diversamente dagli altri giorni, la tenevo d'occhio.
Sentivo dentro di me qualcosa che non avevo mai provato prima: una curiosità strana, una preoccupazione che trovavo razionalmente fuori luogo e che pure mi portava, a ogni pausa, a guardarmi indietro, per controllare che fosse ancora li.
Quel giorno avevamo lezione anche al pomeriggio.
Per la prima volta presi posto in una delle ultime file, dietro di lei.
Non poteva sfuggirmi.

Lei non s'era accorta di nulla: si sorprese davvero quando, alzandosi in piedi alla fine dell'ultima ora, mi parai di fronte a lei.
Mi avvicinai a lei con un sorriso.
'Jennifer, come stai?'
Ancora quell'arrossire, ma questa volta era ben decisa a non farla scappare da nessuna parte.
Continuai.
'Tu prendi il metro', vero?'
Che bello.
Una domanda cui è facile rispondere: cosa desideriamo di piu' quando siamo in difficoltà?
'Si' rispose.
Una sillaba.
Un segno inequivocabile di imbarazzo.
'Perfetto, allora mi accompagni? Oggi ho lasciato a casa la bicicletta, ma all'andata ci ho messo un'ora a trovare la strada e non vorrei perdermi ancora. Ti prendo la giacca?'.
Facevo leva, per il mio tranello, sulla sua gentilezza.
Non potevi rifiutarmi quella gentilezza, vero Jennifer?
Eri dolce, non semplicemente docile, e nonostante tutti gli apparati marziali dietro i quali ti cammuffafi, iniziavo a capirlo.

4 comments:

  1. La timidezza mi ha sempre, un pò, affascinato. Non quando si trasforma in un muro di gomma. Ovvio. Quella compostezza e quel silenzio che danno gran valore, poi, alle parole dette. Grande Gio... continua così ;)

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  2. :-)
    A domani allora!

    Gio

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  3. Anch'io vengo liquidata con un CIAO...

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  4. Mia cara Dony, allora leggi con attenzione cosa scriverò domani ;-)

    A prestissimo!

    :-)

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