Thursday, 5 August 2010

E se ...


Lei sta male.

Non mi ubriacai quella notte.
Nè presi droghe.



Volevo essere perfettamente cosciente, meditare sullo squallore nel momento esatto in cui questo avrebbe preso forma umana per impossessarsi di me.

Uscita di casa, salii su un Tram per il centro.

Entrai in un locale notturno di cui avevo sentito parlare al Club, decisa a farmi male più che potevo.
Ci riuscii benissimo.

Rimasi li dentro per quasi tutta la notte, passando da una camera all'altra, da una perversione all'altra.

Poi, all'alba, quando mi sentii finalmente salire quel senso di nausea che aspettavo, e cercavo, me ne andai.

L'inverno berlinese era freddissimo.

Camminai a lungo, fino a raggiungere l'Oberbaumbrücke.

Sotto di me, l'acque gelide della Sprea.

E finalmente ...

'E se la facessi finita?'

Sarei morta in pochi istanti per ipotermia, non avrei forse neppure sofferto troppo.
Probabilmente lo shock termico m'avrebbe fatto perdere subito i sensi, e non sarei stata altro che una notizia delle pagine di cronaca nera dei giornali locali dell'indomani, e poi, finalmente, più nulla.

Non riuscivo a trovare una sola ragione per non considerare il suicidio.
La prima obiezione morale, forse l'unica che considero valida davvero, contro il suicidio, riguarda la pena che il gesto potrebbe arrecare a chi ci ama.

Un terribile senso di colpa: per non aver capito, per non aver fatto abbastanza.

Per me ovviamente non aveva alcun valore questa considerazione: ero sola.

Lo ero da quella notte, quando da bambina avevo conosciuto il male, e il male m'aveva strappato via ogni dimestichezza con la vita, e soffiato via lontane le sciocchezze di cui la si riempe.

Ero sola e non credevo a niente, e non sentivo nulla.

Perfino l'edonismo mi sembrò una virtu' in quell'istante.

Perfino quei luridi che m'avevano stuprata, perchè è stupro quando una ragazza si trova in quelle condizioni, mi sembravano dei saggi: dopotutto avevano trovato una ragione di vivere, e se pure questa s'estendesse su un breve arco temporale, mi pareva solida, se creduta davvero, ovviamente.

Io non ci credevo.

Non conoscevo il piacere della carne, e ogni giorno sommavo dolore a dolore.
Ed era tutto un susseguirsi di impegni per arrivare stremata alla sera e non pensare.

E allora perchè andare avanti?
Perchè accanirsi a vivere?
Una bella bambolina con il nero nell'anima: cosa potevo aspettarmi se non solitudine, angoscia, frustrazione perfino?

Non ce la facevo più, e in quel momento, in cui alla stanchezza s'aggiungeva il dolore, la sfiducia si trasformava in disperazione.

Avrei voluto almeno riuscire a piangere, ma ne ero ormai incapace.

'E se la facessi finita?'.

E mi domandavo se fosse un gesto più vile il suicidio, o invece il vivere nell'inganno.

Ingannavo tutti, la fuori.

'Non ne posso più'

2 comments:

  1. No, ci vuole qualcosa di più della disperazione per farla finita. E' l'atto più estremo a cui un essere vivente può far ricorso e ci vuole una forza disumana, poichè l'istinto primario di ogni creatura è la sopravvivenza!

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  2. E' un mistero per me: una somma incoscienza, o una completa lucidità che non sono mie.
    A presto

    Gio

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