Monday, 23 August 2010

E poi sono entrato nel bosco



Ho seguito per un centinaio di metri un viottolo asfaltato, costeggiando un campo di granoturco, al sole: quindi, finalmente, sono entrato nel bosco.

Era da tempo che non ci tornavo: da sinistra sentivo provenire il baccano, assordante, di una festa.
I suoni hanno un loro luogo naturale: in quel piccolo paradiso, stonavano quelle musiche un po' dance, quei botti, quello speaker invasato a ripetere a squarciagola non so cosa in tedesco.

Al primo bivio, ho preso in direzione opposta a quel baccano, e ho iniziato a camminare ...

Sapevo che mi sarei perso - mi capita sempre in quella macchia fitta, densa, ma che misura pochi chilometri di perimetro, tanto che del perdersi ci si gode si l'incertezza, ma non si teme mai di non riuscire a tornare 'a casa'.

Da terra ho preso un ramo e ne ho fatto il mio bastone - un'altra mia abitudine - e ho cominciato, con il mio passo lento, il mio incedere tranquillo, ad addentrarmi nel cuore del bosco, sempre tenendo come bussola il chiasso della festa, e come direzione il sospiro della natura.

Ho incontrato quasi subito un allegro terzetto: una coppia di anziani a passeggio con il loro cagnolino, una bestiolina vivacissima e tutta contenta di fare il bagno in una vasca, che li per li ho preso come abbeveratoio per cavalli.

Li ho salutati, e ho continuato.

Alla mia destra, m'accompagnava in discesa un ruscelletto, sopra la mia testa il canto dei mille abitanti delle fronde degli alberi, e nella mia mente un'idea semplice ...

Non mi meravigliavano più, in quei momenti, le divinità ancestrali della natura.

La verticale perfetta di un tronco sottile eppure robusto, la parabola di un guizzo d'acqua, la linea curva d'un filo d'erba, la forma arcuata e simmetrica di una foglia caduta ai miei piedi ... erano tutte queste testimonianze dell'armonia geometrica delle leggi della natura.

Mi sembrava ovvio associarvi quella che è stata venerata come la Diana delle Foreste, di immaginare un piccolo Dio scherzoso sonnecchiare su un ramo piegato, e infine inchinarmi al sole, che si faceva strada tra le fronde, accarezzandole, come al Grande Padre, che alimenta con generosità tutti i suoi figli.

Non credo in nessun Dio, ma le divinità nate nelle civiltà urbane, cariche di dogmi confusi e zoppicanti tra paradossi e comandamenti, non mi sembrano tanto plausibili quanto quelle, sognate un istante, che traggono dalle manifestazioni della natura.

Ormai non sentivo più l'arrogante grido della festa: ero giunto al limitare della foresta, senza neppure essermene accorto.

Ed era bello che primo contatto con la civiltà, fossero il canto del gallo, il muggire delle mucche, lo scampanellare dei loro sonagli.

Non ero ancora abbastanza stanco, e comunque ero troppo lontano da casa per finire li la mia gita.

Salendo dei vecchi gradini di pietra, seguendo un recinto con diverse mucche, innervosite dalla mia presenza, tornavo quindi nella foresta.

E pensavo alle migliaia di anni passati, durante i quali quei luoghi sono stati sconosciuti e inviolati, alla pazienza della natura per noi uomini, ospiti del mondo, estranei ormai ai ritmi e ai bisogni degli alberi, degli animali.
E pensavo a quanto invece ritroviamo come nostri quei ritmi, quei suoni e quegli odori quando abbiamo il buon senso di fermarci, e dedicare un po' del nostro tempo a questo culto pagano, e umano, per la natura.

Così meditavo tra me, e intanto camminavo.

Incrociando una coppia, ho pensato, un po' malignamente, che quella beatitudine, chissà, forse in due non sarei riuscito a raggiungerla, e m'immaginavo costretto a parlare di offerte speciali, abiti alla moda, programmi televisivi da chi avrei avuto, somma sventura, al mio fianco.

Non ho voluto correre dietro alll'altra possibilità: alle intuizioni che tu avresti avuto, e che forse avresti condiviso con me.

Ormai stanco, ho ritrovato la strada per casa.

Sono passato davanti a quello che, ad un'amica, descrissi come l'asilo nido dei pinetti: una baita, circondata da piccoli pinetti, o abeti, che come bambini in una classe sembrano attenti alcuni, distratti altri ... piccini tutti.

Uscendo dal bosco, ho lasciato il mio bastone appoggiato a una panchina.

Lo faccio sempre.

Almeno qualcosa con te, che passerai, e lo prenderai perchè è proprio della tua misura, l'avrò condiviso.

9 comments:

  1. Io a volte mi perdo nel bosco di me, dentro, e vorrei pure non uscirne ma la strada di casa è più forte e la ritrovo...

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  2. Mi ritrovo nei tuoi pensieri riguardandi la solitudine e mi faccio, spesso, le medesime domande. Ma forse ne sono così attratta quanto spaventata. Quando posterai qualche foto vera del bosco? :)

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  3. Sai Gio,
    ricordo di un giorno in montagna, mio padre che teneva per mano mia figlia. Ad un certo punto lo vidi prenderla in braccio ed appoggiarle la faccia ad un covone di grano mentre le sussurrava: "annusa... annusa... un giorno potresti non sentire più questo profumo".
    Il tuo racconto mi ha evocato questa immagine che tenevo in un angolo della mente.
    Grazie....
    Joh

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  4. Caro Baol, in quel caso è spesso la sveglia che squilla a riportarci a casa!

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  5. Mia carissima, io e le macchine fotografiche non andiamo molto d'accordo.
    Conosci il blog di Angela?
    Io vado li quando voglio rifarmi gli occhi.
    http://only1photo.blogspot.com/
    PS: se vedi quel bastone prendilo: l'ho lasciato apposta per te ;-)

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  6. Cara Joh, io voglio sentire ancora l'eco da quella collina dove andavo coi miei genitori.
    Ecco, le tue parole mi hanno evocato questa immagine, sepolta nella mia mente.
    Grazie dunque :)

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  7. ..."perchè è proprio della tua misura"... mi hai lasciato poggiato alla panchina uno stuzzicadenti?! ;)
    Grazie!

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  8. Per me in effetti era un po' corto ;-)
    Non vedo l'ora di tornarci!

    A presto!

    Gio

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  9. A me non è la sveglia, credimi

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